Lascia qui la tua impronta...

Se dedicherai qualche minuto del tuo tempo per lasciare qui le tue impressioni (max: 5.000 caratteri) sull'esperienza vissuta all'ospedale "Vezo" di Andavadoaka, ti saremo grati. Potranno essere utili a chi è in procinto di partire per il Madagascar o pensa di farlo. Qualsiasi considerazione sarà bene accetta, critiche comprese.

I messaggi offensivi del buongusto e della buona educazione, ovviamente, non saranno pubblicati.

Grazie per il tuo contributo.

Commenti: 105
  • #105

    Carmelo Marco Morrone (lunedì, 29 ottobre 2018 22:24)

    Il mio mese di volontariato all'Hopitaly Vezo è stato indimenticabile, dal punto di vista umano e professionale. Ho lasciato ad Andavadoaka una parte di me, non riesco a spiegarlo diversamente, quando sono tornato qui a Torino i primi 10 giorni sono stati durissimi, niente aveva colore, interesse e sapore, mi mancava tutto quello che avevo laggiù, per quanto, in realtà, laggiù avessi molto meno di quello che si potrebbe trovare qui, nel "mondo occidentale".
    Ogni volta che racconto a qualcuno della mia esperienza malgascia (ultima volta ieri, durante una visita domiciliare) gli occhi mi brillano ed è molto strano, perchè tendenzialmente non sono una persona che ama lasciar trasparire le proprie emozioni.
    La Corte dei Gechi è organizzata in modo impeccabile, permette l'aggregazione tra i volontari, aspetto che ritengo fondamentale per poter lavorare tutti insieme in maniera adeguata, ed io credo di essere stato particolarmente fortunato perchè nel mese in cui sono stato lì ho trovato persone meravigliose e disponibili; appena arrivato, la prima sera, mi sono subito sentito a casa perchè sono stato accolto a braccia aperte da chi era già lì e ho cercato a mia volta di comportarmi nello stesso modo coi volontari che sono arrivati dopo di me nel mese di settembre.
    Una menzione particolare la riservo a Michele, che ci ha letteralmente "presi per mano" quando siamo arrivati, facendoci sentire a nostro agio ed insegnandoci cose che nemmeno ci saremmo sognati di poter e saper fare. Un conto è stare un mese o due, come me, un conto è vivere laggiù in pianta stabile e occuparsi di ogni aspetto che riguardi la vita lavorativa dell'Hopitaly Vezo. Io non credo che sarei in grado di fare ciò che fa lui, quindi merita davvero tutta la mia gratitudine.
    La cosa che più ho apprezzato, dal punto di vista lavorativo, è stata che durante un'esperienza del genere non esistono gerarachie, non ci sono medici che fanno solo i medici, infermieri che fanno solo gli infermieri, tutti fanno tutto ed io ho avuto la possibilità di imparare tantissimo da chiunque abbia lavorato con me ed a mia volta mi sono impegnato a lasciare loro qualcosa che facesse parte del mio bagaglio professionale. Questo è bellissimo ed è una cosa che manca tanto qui da noi.
    Porterò per sempre con me gli occhi, le risate contagiose ed i sorrisi del popolo malgascio, le emozioni provate nei momenti di gioia, come la nascita di un piccolo Zazakeli, e quelle provate nei momenti meno belli, lavorativamente parlando, perchè purtroppo succede anche questo. Personalmente, il momento di difficoltà più grande è stata legata ai 6 giorni di totale inappetenza, nausea e diarrea causati da un virus intestinale (dico così perchè ho fatto l'esame feci) ma è una cosa che avevo messo in conto :-)
    Ci tengo a ringraziare tutti i mediatori, Odin, Ramaro, Vivien e Danielline, perchè senza il loro contributo noi non saremmo in grado di svolgere il nostro lavoro e perchè, dal punto di vista umano, sono stati accoglienti, coinvolgenti e tenerissimi.
    Come dicevo all'inizio, ho lasciato laggiù una parte di me, e farò di tutto per tornare, in un futuro prossimo, a "riprendermela", oppure, chissà, a lasciare un altro pezzo di me. Non voglio dire banalità, ma consiglierei a chiunque di fare un'esperienza come quella che ho avuto l'onore ed il piacere di fare io, perchè ti aiuta a renderti conto di quali siano le vere priorità nella vita.
    Questo è quello che mi sento di dire al momento, magari tra qualche settimana mi verranno in mente altre cose e ti scriverò di nuovo.
    Spero di rivedervi presto, perchè significherà aver pianificato una nuova partenza per l'Hopitaly Vezo, ed al momento ci sono poche cose che desidererei come quella.
    Vi abbraccio tutti.
    Marco

  • #104

    Rosso Federico (lunedì, 29 ottobre 2018 22:20)

    E’ stata un’esperienza veramente fantastica, non è facile trascrivere le emozioni, gli stati d’animo vissuti in quel periodo.
    Incomincio trattando l’organizzazione per il viaggio, l’ incontro formativo è servito molto per incominciare a capire le patologie, la cultura, l’organizzazione all’interno dell’ospedale. Lo reputo fondamentalo per il volontario per capire a cosa si va incontro.
    Durante la mia permanenza in ospedale ( circa 1 mese) mi è capitato di affrontare parecchi parti. Confrontandomi con i colleghi abbiamo notato l’aumento di queste situazioni, suggerisco se è possibile di affrontare la gestione di un parto eutocico nella giornata/e di formazione.
    Il viaggio è stato organizzato con l’ ausilio di Elena, impeccabile e puntuale nel consegnarci tutte le informazioni necessarie per affrontare nel miglior modo il viaggio.
    Dopo i tre giorni di viaggio , che tutto sommato sono andati lisci, siamo arrivati finalmente alla corte dei gechi, dove abbiamo conosciuto i volontari, Michele, Ninfa, Vito.
    La corte dei gechi è una dimora molto accogliente, ben organizzata, il personale malgascio gentile e disponibile.
    Il primo impatto è stato molto positivo devo dire ( mi definisco un ragazzo parecchio timido) ho avuto quasi subito la sensazione di trovarmi a casa, i volontari ci hanno accolto nel loro gruppo molto bene.
    Io penso che sia veramente fondamentale questo aspetto, in quanto il fatto di creare un gruppo coeso ed unito sia la forza dei volontari nei momenti di difficoltà.
    Io in particolare non ho trovato grosse difficoltà all’interno della casa con i volontari, certo ci deve essere uno spirito di condivisione e di collaborazione, caratteristiche che non sono mancate al nostro fantastico gruppo.
    Per quanto riguarda la sfera lavorativa i primi giorni non sono stati semplici dal punto di vista lavorativo in quanto si è catapultati in una nuova realtà con la necessità di adattarsi in fretta a un carico di lavoro non indifferente, a ritmi e situazioni a volte stressanti, a mezzi, strumenti, cultura, completamente differenti.
    Non ultimo mi è stato comunicato che per circa 7 giorni rimanevo l’unico infermiere (naturalmente con altre sei figure professionali), per cui sono state settimane veramente impegnative.
    Se posso dare qualche consiglio, cercherei di migliorare gli aspetti organizzativi nel passaggio fra i vari gruppi in modo tale, nel limite del possibile chiaramente, da non avere eccessiva scarsità di personale medico/infermieristico e soprattutto per affinare i passaggi di consegne e di competenze. A mio avviso consiglio l’utilizzo di semplici protocolli cosi da permettere la standardizzazione dell’uso di dispositivi ( mi viene in mente la sterilizzatrice) e l’impiego di flow chart in ambulatorio medicazioni in modo da uniformare le medicazioni al pz ( magari sul tema ustioni e piede diabetico molto presenti durante il mio soggiorno).
    Sicuramente sono tornato a casa arricchito sotto più aspetti, sia a livello professionale che umano.
    E' stata un'esperienza decisamente positiva che consiglierò ai miei colleghi infermieri in Italia.
    Un grazie di cuore all’organizzazione Amici di Ampasilava per avermi dato la possibilità di intraprendere questo viaggio e congratulazioni per il progetto che state
    Infine un ringraziamento particolare a due figure fondamentali come Ninfa e Michele, indispensabili per il corretto funzionamento dell’ospedale Vezo, veramente fantastici.
    Vi ringrazio perchè ora so cosa significa il “mal d’Africa”.
    Con profonda gratitudine. Federico

  • #103

    Marta Pettinari (giovedì, 13 settembre 2018 22:19)

    “Il Madagascar è uno dei paesi più poveri al mondo ma è una grande isola colma di sorrisi, di risate e di musica.
    A dispetto della povertà materiale, la gente malgascia è ricca perché capace di godere di quel poco che ha senza pretendere di più, perché i ritmi di vita sono scanditi dal sole e dalla luna.
    I malgasci vivono la vita giorno per giorno, non si proiettano mai nel futuro e forse è proprio questo il segreto della loro serenità. Perché credetemi, sono in pace con il mondo.
    Un mese è niente per assaporare bene la cultura di un popolo, ma in quei 30 giorni ho riscoperto la bellezza della semplicità, ho sentito la liberazione da tutte le costrizioni sociali imposte dallo stile di vita occidentale, ho re-imparato a fare una cosa se mi va di farla senza pensare troppo alle conseguenze giusto perché in quel momento mi andava di farlo. Ho ballato con loro, ho giocato con i bambini e condiviso con loro noccioline durante il tramonto, ho potuto apprezzare la freschezza del loro pesce mangiato con le mani dallo stesso piatto con altri ragazzi, la dolcezza delle frittelle ancora calde comprate in villaggio. Mi sono lasciata contagiare dalla lentezza del popolo malgascio, ritrovando i ritmi giusti per godermi ogni attimo che stavo vivendo perché quello che conta è il presente. Mi sono riempita gli occhi della bellezza mozzafiato delle spiagge e del reef, della via Lattea visibile a occhio nudo e dei baobab ma al contempo mi sono dispiaciuta perché non c’è metro quadrato incontaminato dalla plastica e dall’immondizia.
    In 30 giorni ho collaborato con gli altri volontari nell’assistere tante persone affette da patologie più o meno comuni, in un clima di collaborazione che in 5 anni di lavoro in Italia non ho mai potuto apprezzare: medici, infermieri, farmacista e mediatori culturali tutto sullo stesso livello, tutti essenziali e contribuenti alle cure dei malati. Abbiamo temuto insieme per una bambina colpita da un grave caso di malaria, ci siamo dispiaciuti insieme per un ragazzino che non potrà più camminare, abbiamo fatto nascere una bambina con gli occhi già spenti dal buio della morte.
    Non è stato facile estraniarsi dal modo di lavorare “all’italiana”, perché laggiù le cose sono completamente diverse e quindi richiedono un modo di pensare alternativo basato sulle reali necessità del paziente nel rispetto del suo stile di vita, delle sue credenze e tradizioni che può scontrarsi con i valori etici e morali del volontario.
    Ringrazio Vito, che stimo molto come persona e come collega, per essere stato un faro durante il mio periodo di volontariato, per le parole di conforto che mi hanno sollevato il morale nei momenti di crisi e per l’immenso impegno profuso nella crescita dell’ospedale e dell’associazione. Michele e Ninfa, indescrivibili, Mary ed Elvira, e tutti gli altri volontari con cui ho condiviso quella che oggi posso definire l’esperienza più bella della mia vita.
    L’ultimo giorno ho lasciato il villaggio in lacrime perché sentivo di lasciare una casa e una famiglia, e ora non passa giorno in cui io non ripensi a quell’ospedale di un piccolo villaggio sperduto sulle coste bianche del Madagascar.
    Tornerò, è una promessa.
    Veloma (Arrivederci).

  • #102

    Beatrice Mei (venerdì, 10 agosto 2018 00:05)

    L’esperienza all’ospedale Vezo del villaggio di Andavadoaka è stata indimenticabile. Inizialmente non è stato facile, ho avuto difficoltà ad entrare nella realtà dell’ospedale, ma i miei compagni e tutti i mediatori culturali sono stati di fondamentale importanza. Soprattutto Vivienne che in laboratorio mi ha aiutato tantissimo ma sapevo comunque di poter contare sull'aiuto di tutti in qualsiasi momento. La realtà della corte dei gechi, per me, è stata molto istruttiva. Oltre a condividere ogni momento della giornata con i miei compagni, si condividono esperienze personali, problemi della giornata, ma soprattutto sensazioni, belle e brutte, e nonostante tutto, anche i momenti spiacevoli sono stati superati da tutto il resto. Alla fine di questa esperienza non sarei più voluta venire via, e so di aver trovato una famiglia italiana e una malgascia. Tornerò sicuramente al villaggio di Andavadoaka. Grazie di tutto!!
    Beatrice

  • #101

    Sarah Vecchione (venerdì, 10 agosto 2018 00:03)

    2 parte
    Ho visto e sentito cuori pieni di pace e gioia anche nella difficoltà, anche nel dolore della perdita e tutto ciò ha contagiato anche tutti noi, bastava porgere l’orecchio ed essere disposti ad essere invasi dalla vita, dai ritmi, dalle tradizioni, dallo sguardo sul mondo. Laggiù ho sperimentato cosa significa davvero poter lavorare e vivere insieme, come un gruppo può affrontare lo sconforto, le delusioni, gli spigoli che ognuno di noi ha, ho sentito la felicità e la curiosità di imparare da ognuno, di affrontare insieme l’ignoto e l’incerto, di inventare insieme nuove strade. Ed è proprio vero, nel “nulla” rispetto a tutto ciò di cui disponiamo qui, nasce un fiore meraviglioso e si può fare una medicina bellissima. Non pensate di partire per andare ad insegnare, ad aiutare…saranno loro che insegneranno a voi la vita, saranno loro che vi faranno piangere, ridere, respirare, vivere, saranno loro che vi faranno sperimentare cosa davvero può essere la medicina, la fiducia, la vita e la morte. Saranno i vostri compagni di viaggio che vi arricchiranno, che vi insegneranno tante cose anche se siete professori o esperti perché da tutti davvero potrete imparare qualcosa, con le loro incredibili storie di vita e di medicina. Sarà la natura ad insegnarvi di nuovi i ritmi ed i giusti tempi, sarà il cielo ad insegnarvi nuovamente il gusto della vertigine, sarà il mare ad insegnarvi nuovamente il sapore del sale, sarà lo stregone e la vita ad insegnarvi di nuovo che non sappiamo e non controlliamo tutto. Partite pronti a farvi rimescolare, a farvi esplodere il cuore, a lavorare come mai avete fatto, a guardare come mai avete guardato, ad amare come mai avete amato. Partite sapendo che lì, la loro musica vi farà ballare una danza della vita nuova, completa, intera. Partite pronti alla difficoltà del ritorno a camminare sull’asfalto, alla difficoltà di aderire nuovamente ad uno schema di lavoro che troppe volte dimentica la sua essenza, partite consapevoli che forse, non tornerete mai più. Buon viaggio, sarà un viaggio molto più lungo di quanto possiate mai immaginare, che sia per voi il miglior imprevisto. Sarah

  • #100

    Sarah Vecchione (venerdì, 10 agosto 2018 00:02)

    1 parte
    Raccontare il Madagascar e ancor di più l’Hopitaly Vezo penso sia impresa difficile se non impossibile. Chiudete per un attimo gli occhi, sentite solo il silenzio e questa storia incredibile. Esiste un paese lontano, dalla terra rossa, dalla sabbia calda, dal verde che esplode all’improvviso, inaspettato ed impossibile, dal cielo così infinito e pieno che sembra caderti addosso. In questa terra c’è un sogno, un sogno costruito e tenuto in piedi ogni giorno da persone che donano il proprio tempo e le proprie passioni, alcuni la propria vita. Questo sogno batte ed esiste ormai da 10 anni e sempre più cresce e si trasforma, cambiando non solo le vite dei pazienti ma soprattutto le vite di tutti noi che abbiamo l’onore di poterci donare e di poterlo vivere. Immaginate un luogo dove poter veramente vivere, dove svegliarvi ogni mattina con la gioia nel cuore di chi andrà a lavorare con fatica e sudore ma ricevendo molto di più di quanto possa dare; immaginate un ospedale dove poter finalmente arrivare all’essenza più pura dell’essere medico, uomo, donna, infermiere, dove l’incontro con il paziente in fondo non richiede di dover parlare la stessa lingua perché la verità è che la comprensione si può trovare anche in lingue diverse, dove non curerete solo le persone che hanno bisogno ma scoprirete che loro cureranno molto di più voi. Immaginate un ospedale ed una nuova immensa famiglia con cui condividere ogni minuto intenso di vita, in cui la collaborazione può diventare vero scambio e vero nuovo sguardo, immaginate di farvi rompere in mille pezzi il cuore per poi scoprire che così entra molta più luce e respirate una nuova aria. Mi chiamo Sarah, sono un medico e dal primo anno in cui mi è stata donata la possibilità di vivere e rinascere in questo posto non sono più tornata. Molte volte mi sono chiesta come poter descrivere l’ospedale e la vita ad Andavadoaka, ancora oggi credo sia un’impresa molto ardua. Se state pensando di partire sappiate che state prendendo una decisione molto importante, una svolta di quelle che può cambiarti la vita. Io la rifarei cento volte, ma davvero dovreste partire consapevoli che molto se non tutto ciò che avete o meglio che siete potrebbe essere messo in discussione. Sì, perché andare ad Andavadoaka è un rischio, non siete voi che date qualcosa agli altri, molto, molto di più è ciò che riceverete e se lo vorrete questo potrà scuotervi dalle radici. Sono Sarah, la prima volta che sono partita ero appena abilitata e dalla mia professione già chiedevo di più. Lì ho per la prima volta potuto davvero ESSERE un medico, nel “nulla” rispetto all’occidente, non sono mai stata più medico di così. Non facevo il medico, lo ero ogni momento, nel più profondo e nel modo più intenso che abbia mai potuto sperimentare. In queste due esperienze ho vissuto la vita, la malattia, la morte, l’impotenza, ho potuto avere l’onore di vivere insieme al gruppo ed ai pazienti l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità, nella sua profondissima ed unica umanità. E sapete cosa abbiamo trovato laggiù, nel nulla, nella povertà, nella mancanza di mezzi?La gioia più sincera, la luce più abbagliante.

  • #99

    Maurizio Foco (mercoledì, 11 luglio 2018 13:05)

    Sono trascorsi molti mesi (9) da quando è finita la nostra esperienza malgascia ma la voglia di tornare, anzichè diluirsi con il tempo, sembra rafforzarsi ogni qual volta rivediamo le foto dell'ospedale e della Corte dei Gechi.
    L'utile e il dilettevole hanno caratterizzato quei 20 giorni di ottobre che che mi hanno indotto, al nostro ritorno, a segnalare l'opera di "Amici di Ampasilava" all'associazione (che lavora all'interno del mio ospedale) al fine di ottenere un finanziamento per Vezo attraverso il l Ministero; sto seguendo e seguirò la lunga burocrazia per raggiungere lo scopo perchè certo che la onlus davvero meriti un aiuto concreto.
    Dunque complimenti a coloro che hanno creato l'ospedale di Vezo nella speranza di poterci tornare.
    Auguri a tutti.
    Maurizio & Elisabetta

  • #98

    Laura Alcamisi (domenica, 13 maggio 2018 14:21)

    Ci sarebbe davvero tanto da dire, è stata un'esperienza meravigliosa.
    E' stata la mia prima esperienza lavorativa dal momento che mi sono laureata lo scorso luglio, quindi inizialmente ero molto impaurita dall'idea di dover fare il lavoro che tanto sognavo e per cui avevo studiato per anni.
    Mi sono messa in gioco all'inizio con non poche difficoltà.
    Piano piano ho acquisito fiducia e dimestichezza con il mestiere, grazie anche ai miei splendidi compagni di avventura che ho avuto la fortuna di incontrare, mi hanno sempre sostenuta anche nelle scelte più difficili che ci siamo trovati costretti ad affrontare.

    Ho avuto la fortuna di avere un medico di riferimento che si è mostrato all'altezza di ogni situazione, ed è stato in grado di guidarci dall'inizio alla fine di questa esperienza.
    Sono cresciuta molto professionalmente mettendo in pratica le mie conoscenze e confrontandole con quelle degli altri miei colleghi medici e infermieri.
    Tuttavia ritengo che l'ospedale abbia qualche pecca che penso sia da attribuire alla mancanza di continuità di medici e infermieri in ospedale. Molto spesso ci siamo ritrovati senza gli strumenti necessari che invece pensavamo di avere, ad esempio il defibrillatore non funzionava, abbiamo scoperto di avere tante piastre ma queste non erano compatibili con il defibrillatore, abbiamo trovato un cardiotocografo sotterrato tra i panni, inutilizzato da diverso tempo perché probabilmente nessuno sapeva della sua esistenza.
    Potrebbe essere un'idea se alla fine di ogni mese ciascun medico di riferimento stilasse una lista dei presidi e degli strumenti che mancano, in modo tale che i volontari dei mesi successivi possano portarli in villaggio.

    Questa esperienza mi ha dato tanto anche dal punto di vista umanitario.
    Ho avuto la fortuna di trovare un bellissimo gruppo, affiatato e unito in ogni situazione, la mia famiglia malgascia.
    Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa che porterò sempre dentro.

    La gente del posto è meravigliosa, mi ha insegnato la semplicità delle cose.
    E' proprio vero che spesso, di ritorno da queste esperienze, è più quello che hai ricevuto di quello che hai dato.
    Io posso dire di essere tornata profondamente arricchita sotto tutti i punti di vista e per tale motivo tornerò sicuramente per dare un aiuto non appena potrò.

    Vi mando un sincero saluto e vi ringrazio per l'opportunità che mi è stata data nel venire ad aiutarvi.

  • #97

    Caterina Apruzzese (domenica, 18 marzo 2018 15:50)

    Tra le tante cose, ti colpiscono le famiglie. Arrivano da lontano e sono sempre numerose. Mi immagino che per loro sia come organizzare una specie di viaggio: devono mettere da parte i soldi per il cibo e per il taxi-brousse se possono permetterselo, o caricare tutto sul carretto trainato a passo d’uomo da magrissimi zebù. Viaggiano per giorni attraverso la foresta o trasportati dal mare, per chi arriva in piroga. Per una medicazione, un controllo gravidanza, per ritirare i farmaci per la pressione, o perché lo sciamano del villaggio non ha saputo guarirli. Se è necessario un ricovero, ricoveriamo l’intera famiglia. Sarà il figlio che darà mangiare al padre, la moglie che farà i massaggi al marito, la nipotina che aiuterà il nonno a lavarsi. Se non fosse per noi, i parenti qui non se ne andrebbero mai via, nemmeno alla notte. Avvolti in un lamba colorato dormirebbero al fresco sotto i fiori rossi del Flamboyant nel cortile dell’ospedale o nello stesso letto dell’ammalato.

    Giocano, si pettinano, ridono, chiaccherano tra di loro. Aspettano pazientemente per ore senza mai lamentarsi. E poi, così come sono arrivati, ripartono.

    Il lavoro insieme agli altri volontari è tutto. Discutere di come alimentare un disfagico senza un frullatore (nelle capanne non c’è l’elettricità) seduti sul divano in pelle di quella che ormai è la tua casa, o cercare di trovare una soluzione per quei diabetici di tipo 1 che non hanno il frigorifero per l’insulina e per i quali l’alimento principale è il riso, con quelli che sono i tuoi colleghi, amici e anche la tua famiglia, magari davanti a una birra dopo una mega scorpacciata di ricci di mare.

    Chi sa fare fa, chi si mette in gioco impara. Senza rigide distinzioni di titoli, senza paura di condividere ciò che sappiamo con i colleghi meno esperti. Il nostro ospedale è come un piccolo gioiello e chi ci ritorna, non può fare a meno di trattarlo come tale. Con rispetto e impegno continuo per conservare e migliorare quello che è stato fatto fino a quel momento. Grazie a tutti i volontari che ho incontrato che mi hanno passato il loro amore per questo posto.

    Ci sono tante, tantissime cose ancora da migliorare, ma anche tante persone che ci mettono l’anima perché succeda ogni giorno. E con tutto quello che devo a questo posto, non posso che sentirmene parte!

    Caterina, 24 anni, infermiera









  • #96

    Caterina Apruzzese (domenica, 18 marzo 2018 15:47)


    11 mesi fa, quando ho messo piede per la prima volta nel piccolo ospedale Vezo nel villaggio di pescatori di Andavadoaka, circondato da una foresta di spine e grossi baobab da un lato e dal canale del Mozambico dall’altro, mai avrei immaginato che quell’esperienza in così pochi mesi avrebbe cambiato la mia vita.

    Ora sull’aereo di ritorno per Bologna è come se tutti i ricordi di cui ho memoria in questa vita siano lì, tra i tramonti lilla e il mare rosa, i sorrisi bianchi di pescatori, i medici e gli infermieri con cui ho lavorato, i bambini saltellanti che ti rincorrono per regalarti conchiglie in cambio di biscotti.

    Laggiù, ho imparato a distinguere su uno schermo in bianco e nero occhietti, nasini e manine dei piccoli girini che avremmo fatto nascere. Alle due della notte, con la sola luce della torcia del telefono e dei raggi della luna ho allestito la sala operatoria per un cesareo sperando che il chirurgo arrivasse in tempo. Non scorderò mai la mia prima notte di guardia in ginocchio su un angolo di letto sgualcito a ventilare quella ragazza che era arrivata lamentando un banale bruciore al catetere e che se ne è andata a neanche trent’anni tra le mie braccia alle prime luci dell’alba, mentre il medico e il mio collega di guardia rianimavano un neonato nella stanza accanto. Arrampicata su una scaletta di legno, sono rimasta incantata a guardare dall’alto delle scialitiche come in sala operatoria si salvano vite senza parlarsi, senza mangiare né bere per ore, coordinando ogni movimento con la grazia di una danza e con sguardi carichi di concentrazione, sicurezza e determinazione.

    Ho visto davvero fare tutto il possibile, ma anche tanta dignità nel lasciare andare.

    Un ospedale all’aperto, dove i pazienti arrivano scalzi coi piedi sporchi di sabbia, dove i volti rilassati e sorridenti non sono solo quelli dei malgasci ma anche quelli dei tuoi colleghi, dove c’è continuo scambio, confronto, dove si corre, ma anche si ride e tra una visita e l’altra si gioca a nascondino coi bambini che sono ovunque, anche in ospedale. Qui ho imparato a usare il microscopio da un farmacista, a mettere i punti a da un chirurgo malgascio, ho chiesto aiuto in Italia alle tre della notte a un ginecologo e insieme abbiamo fatto partorire una donna. Qualche mese dopo avrebbero telefonato a me la sera della viglia di Natale, il giorno dopo e la settimana dopo ancora…

    I nostri pazienti non sanno come siamo fatti dentro, dove si trovano lo stomaco o l’intestino, e molto spesso non sanno nemmeno quanti anni hanno! Ma sanno orientarsi col sole e vedere nel buio alla luce delle stelle, conoscono i venti e sanno governare il mare. Come loro in ospedale si affidano a noi totalmente, così noi facciamo lo stesso quando saliamo su una piroga che attraverserà un (seppur piccolo) pezzetto di oceano.

  • #95

    Laura Turetta (venerdì, 17 novembre 2017 18:26)

    Se ripenso all’esperienza in Madagascar mi sovvengono subito molte emozioni.
    A partire dal lungo e avventuroso viaggio con i vari scali (10 ore circa da Parigi ad Antananarivo e il volo interno da Antananarivo a Tulear), il veloce giro nella povere Tanà e Tulear, il percorso verso Andavadoaka di circa 8 ore in jeep (sempre se non succedono inconvenienti alla macchina!) fra la foresta spinosa, la costa, il mare, la foresta di baobab ed i vari “sballottamenti” fra le dune di sabbia è sì stancante, ma davvero unico.
    Alla corte dei gechi si ha tutto ciò di cui si ha bisogno: camere spaziose, acqua calda, possibilità di far lavare i vestiti, cibo buono e abbondante.
    Certo ci vuole un sano spirito di adattamento all’ambiente nuovo, alla sabbia che si intrufola in ogni dove, alla vita in comunità.
    Per quanto mi riguarda i primi giorni non sono stati semplici sia dal punto di vista lavorativo che personale in quanto si è catapultati in una nuova realtà con la necessità di adattarsi in fretta a un carico di lavoro non indifferente, a ritmi e situazioni a volte stressanti, a mezzi, strumenti, cultura, qualità di vita e abitudini completamente diversi dai nostri. Tutto ciò ha suscitato fin da subito importanti riflessioni.
    E’ stato molto bello e gratificante potersi confrontare con colleghi sempre disponibili e con patologie a noi meno note ed inoltre, mi sono meravigliosamente stupita di trovare persone grintose, collaborative, armate del giusto spirito per affrontare il lavoro in ospedale e la vita nella corte.
    Se posso dare qualche consiglio, cercherei di migliorare gli aspetti organizzativi nel passaggio fra i vari gruppi in modo tale, nel limite del possibile chiaramente, da non avere eccessiva scarsità di personale medico/infermieristico e soprattutto per affinare i passaggi di consegne e di competenze.
    Per me si è trattata della prima esperienza umanitaria e quindi non ho termini di confronto ma, in conclusione, posso dire che il bilancio è assolutamente positivo.
    Ringrazio Amici di Ampasilava per avermi dato la possibilità di intraprendere questo viaggio e di apprendere molto dal punto di vista professionale.
    Al termine delle 4 settimane trascorse all’Ospedale Vezo avevo voglia di rivedere casa ed ora, a distanza di neanche un mese dal mio rientro, ho già quasi voglia di tornarci.

  • #94

    Carla Cuboni (domenica, 05 novembre 2017 19:37)


    È passato un anno dalla mia prima esperienza in Madagascar
    Mi ricordavo tutto dal viaggio estenuante per arrivare , alle giornate in corte e in ospedale
    Appena arrivata ho percepito subito un luogo familiare, la mia casa , un ritorno, anzi di non essere mai andata via.
    Eppure tante cose sono cambiate
    Dalla nuova farmacia agli ambulatori, il nuovo acquedotto , la ristrutturazione della corte
    Il lavoro in ospedale è stato duro, forse condizionato dalla presenza della chirurgia e dall 'ostetrica che hanno aumentato il numero dei ricoverati e il numero di nascite , anche difficili.
    Sono andata via stanca ma soddisfatta anche per tanti casi difficili e spesso risolti.
    Potevo fare di più? Sicuramente, ma ho cercato di fare ciò che potevo.
    Ho incontrato diversi compagni di viaggio e in linea di massima abbiamo lavorato in sintonia e affiatamento
    Tante cose si potrebbero migliorare, molto dipende dai volontari ma anche dalla organizzazione .
    Una gestione più accurata dei turni dei volontari così come la presenza costante di un chirurgo , che se andrà via Ross, sarà sicuramente un problema
    Infine , voglio ringraziare Mary per la sua accoglienza e considerazione. Un abbraccio
    Carla

  • #93

    Leonardo Matucci (domenica, 05 novembre 2017 19:30)


    Ho volutamente atteso un pò di tempo prima di inviarvi le mie impressioni sull'esperienza che ho avuto all'ospedale Vezo nello scorso mese di Settembre aspettando di far decantare ricordi, impressioni e vissuti in modo tale che il mio giudizio fosse il meno possibile influenzato dalla emotività. Non starò certamente a dirvi della bellezza dell'esperienza da un punto di vista umano non tanto perché obiettivamente scontato quanto piuttosto perché ritengo che questo aspetto appartenga alla sfera del privato e che nel privato di ognuno di noi che facciamo un'esperienza simile deve rimanere. Parlerò invece di questo mese all'ospedale Vezo dal punto di vista tecnico se così vogliamo dire focalizzando l'attenzione sulle attività sanitarie svolte durante il mio soggiorno. A questo proposito devo confessare che, soprattutto nei primi quattordici giorni in cui eravamo in cinque ( quattro infermiere e un medico) l'impegno richiesto è stato veramente gravoso sia da un punto di vista fisico sia da quello psicologico e sinceramente mi sono sentito inadeguato, io unico medico presente in struttura, a far fronte alle esigenze delle persone che vi afferivano e che, va sottolineato, ripongono una grandissima fiducia nei confronti del personale tutto che è presente in ospedale. Proprio questa grandissima fiducia, ripetutamente dimostrata dalle persone che giungono all'ospedale spesso dopo giorni di viaggio che definire disagiato è un eufemismo e forse quasi un'offesa per chi lo compie, è stata per me motivo di una riflessione sulla qualità del servizio offerto e talora il senso di inadeguatezza è stato molto forte. Ecco penso che una preparazione qui in Italia prima della partenza più attenta e completa sarebbe di sicura utilità per i futuri nuovi volontari. Purtroppo poi alla carenza di personale che ha caratterizzato il periodo del mio soggiorno si sono aggiunti altri problemi importanti, innanzitutto è venuto meno l'apparecchio degli esami ematici, dell'emocromo, in particolare, che fin da subito si è rivelato del tutto inattendibile e che spero sia stato sostituito e una carenza importante di farmaci specie per la terapia dell'epilessia ma importanti problemi abbiamo avuto anche nel trattamento dei pazienti diabetici nonché nell'impostazione dell'antibioticoterapia in alcuni degenti per la carenza di antibiotici iniettivi: ritengo che l'approvvigionamento dei farmaci sia un problema importante per l'ospedale almeno sulla base della mia esperienza. Altro problema importante che va posto all'attenzione dei volontari è la necessità, direi fondamentale, di avere una conoscenza di base sì ma non approssimativa della tecnica ecografica proprio per migliorare la qualità delle prestazioni offerte alle persone che con fiducia commovente giungono in ospedale. Infine concludo con una notazione scontata e assai nota : la necessità della presenza di un chirurgo e di una ostetrica di riferimento stanziali in ospedale; in tutto il mese di Settembre il chirurgo è stato presente non più di 5-6 giorni il che fortunatamente ha permesso di eseguire una appendicectomia in urgenza ma ha creato seri problemi nella conduzione dell'attività ospedaliera.
    E a questo punto sono io che ringrazio l'Associazione per l'opportunità che mi ha dato di vivere questa esperienza di vita così totalizzante e così appagante nella speranza di poterla ripetere in un prossimo ma vicino futuro.
    Grazie di tutto .. veramente di cuore
    Leonardo Matucci
    P.S. un ringraziamento non di maniera, non dovuto ma fortemente sentito va a Eleonora, Lucia e Martina che si sono rivelate, prima e al di sopra di ogni altra considerazione, persone bellissime. Un abbraccio a tutte e tre

  • #92

    sara taddia (sabato, 07 ottobre 2017 17:02)


    Sono Sara, infermiera di 30 anni, quest'estate durante il mio periodo di ferie, sono stata per 3 settimane in Madagascar, nel villaggio di Andavadoaka.
    Avevo sempre sognato di fare un'esperienza di questo genere, ma lavorando era difficile trovare un' organizzazione che ti accettasse per così poco tempo invece, con Amici di Ampasilava invece, sono riuscita a partire e a rendermi utile.

    L'esperienza è stata bellissima, molto più ricca di emozioni di qualsiasi vacanza, si lavora ma si affronta tutto in gruppo, ponendosi dubbi e problemi insieme alla pari, tutti con lo stesso obiettivo. Qui non ti senti un numero, ognuno viene preso in considerazione.
    Il fine ultimo è il benessere delle persone, si cerca di fare il possibile coi mezzi disponibili, spesso si deve scegliere e prendere decisioni difficili in base alle risorse disponibili, ma sempre valutando la situazione insieme.

    Il mio lavoro di infermiera ruotava con altre colleghe tra la degenza, gli ambulatori di visita e l'ambulatorio medicazioni, decidevamo la mattina stessa come dividerci,come ruotare e chi affiancare; nei primi giorni sono stata affiancata e poi per dubbi ho sempre trovato un supporto.
    Si lavora accanto a traduttori locali, medici infermieri italiani e un chirurgo e un'ostetrica locali, ma è in corso la formazione di infermieri malgasci.
    La vita nella corte dei gechi rispecchia la sintonia che poi si ritrova nel lavoro in ospedale, si vive insieme, si condivide e si creano legami molto facilmente.
    La soddisfazione che si prova ad aiutare questo popolo è grande e lavorare accanto alle persone che ho conosciuto è stato un privilegio.
    Io mi sono subito sentita a casa, accolta da una grande famiglia, mi hanno subito fatta sentire parte di qualcosa, qualcosa di grande, più grande di ciascuno di noi, ed è stato meraviglioso farne parte, portare avanti questo bellissimo progetto, che si allarga e che migliora di anno in anno.

    Il Madagascar si rivela lentamente, dopo un lungo viaggio, osservando i continui cambi di paesaggio e di volti, passando da una città all'altra, si arriva in jeep al villaggio di Andavadoaka, dove l'oceano fa da sfondo alle capannine di legno, dove gli sguardi sono sempre seguiti da un sorriso timido e curioso, dove al tramonto si accendono le luci dei fuochi e la gente si raccoglie intorno fra mille odori.
    Piano piano trovi i tuoi luoghi nel villaggio, le abitudini, gli sguardi i gesti dei malgasci diventano intuitivi, la sabbia sotto i piedi un'esigenza e il buio di notte sotto il cielo stellato, una magia per gli occhi.
    Ci si abitua stranamente troppo in fretta a questa vita, ricordo di vita ancestrale...a questa questa terra non manca niente, ma sa mancare molto al ritorno invece.

    Forse questo viaggio è stata una mia necessità, sono partita con la volontà di rendermi utile e quindi sentirmi anche importante, ma ho ricevuto tanto, tantissimo, più di quel che ho dato, per questo probabilmente ho bisogno tornare..
    grazie a tutti voi, che portate avanti questo bellissimo progetto, vi ammiro molto!
    spero di poter ritornare presto

    Sara Taddia

  • #91

    Giulia Iannone (venerdì, 06 ottobre 2017 23:02)

    Sono una studentessa di medicina alla vigilia del sesto anno di studi. Quindi ormai il peggio è passato (si fa per dire…). Quando ho deciso di partire per il Madagascar ero consapevole del fatto che sarebbe stato il mio unico mese di vacanza, fra la sfinente sessione di luglio e l’imminente sessione di settembre. Non so esattamente cosa mi aspettassi, però so che cosa ho trovato. Ho ancora negli occhi e nella mente il travolgente entusiasmo dei primi giorni ad Andavadoaka: la processione delle persone verso l’ospedale la mia prima mattina di lavoro, la sala d’attesa sulla sabbia, le prime stentate parole “mandea munto sua? Mamami sua?”, i pranzi e le cena in quella lunghissima tavola, la difficoltà di memorizzare tutte quelle nuove informazioni. Ognuno aveva una sua competenza (medico, infermiere, ostetrica) seppur da esercitare in un contesto completamente diverso rispetto a quello italiano. Io non avevo nessuna competenza; vengo da 5 anni di puro studio, seduta davanti a un libro per ore e ore, poche pause, tantissime nozioni. Ho fatto qualche tirocinio al S. Orsola in cui ho giustamente guardato (a distanza di sicurezza) medici e specializzandi visitare pazienti, ho misurato due o tre pressioni, messo gli elettrodi dell’ECG. Ritrovarmi ad Andavadoaka per me è stata una sfida enorme. Mi sono trovata a dover imparare qualsiasi cosa, pratica e non (dal fare una intramuscolo a togliere i punti; da fare un test per la sifilide a come trattare una emorragia acuta; dal mettere un catetere a monitorare il battito fetale). Insomma, è stato lavoro vero: dalle 8 di mattina alle 2 di pomeriggio, le guardie, le domeniche, Pasteur che bussa alla porta in piena notte e poi le emergenze, i pomeriggi in cui ci si trova tutti in ospedale per un ragazzino punto dal pesce pietra o le serate passate a far nascere neonati. Devo ammettere che ci sono stati momenti duri, che una studentessa non corazzata come me ha fatto molta fatica da affrontare, sia dal punto di vista fisico sia da quello professionale sia da quello emotivo/umano. Però ho imparato davvero tantissimo, ho conosciuto dei medici che sono diventati per me dei modelli e dei punti di riferimento. Carla, con la sua passione e energia inesauribile, fin dal primo giorno (dopo che si è ripresa dallo shock che non sapessimo fare nemmeno una intramuscolo) ha cercato di trasmetterci un po’ del suo sapere, ci chiamava a gran voce tutte le volte che c’era qualcosa di interessante e ci spronava a fare qualsiasi cosa. Eugenio, l’anestesista, è una persona estremamente disponibile con una calma e una chiarezza invidiabili (ha avuto anche il coraggio di farmi fare una spinale). Flaminia, la gastroenterologa, mi ha messo la sonda ecografica in mano e mi ha detto ‘ prova tu’, si è sempre assicurata che capissi e condividessi le scelte terapeutiche, mi ha stimolato a dare le mie risposte. E poi Giovanni, il mio chirurgo, che mi ha sempre sostenuto, spinto a non avere paura, abbracciato e fatto ridere quando ne avevo bisogno. Nonostante il clima frenetico e le innumerevoli emergenze, tutti si assicuravano sempre che capissi, che imparassi, che facessi esperienza. Sempre misurati, disponibili, pronti a consultarsi, a scambiarsi pareri (momenti in cui si era in 7 davanti a un ecografo per valutare un paziente) e ancora intellettualmente e “medicamente” curiosi, pronti a correre per ogni emergenza. Davvero dei modelli. Anche le infermiere (Ninfa e Cate) e l’ostetrica sono state estremamente pazienti con me: mi hanno insegnato a mettere cateteri, a prendere vene, a fare prelievi , a togliere punti e tanto, tanto altro. Per me è stata un’occasione unica per apprendere, ma non solo… Porto al dito l’anello ricevuto da una paziente a cui ho donato il sangue, negli occhi ho ancora lo sguardo perduto di una bimba appena operata che vuole solo la sua mamma, nel cuore rimane il sorriso della donna che ha appena partorito due bellissimi gemelli. Sono certa che questa esperienza mi abbia lasciato moltissimo dal punto di vista umano: sia per le persone incontrate, sia per gli splendidi rapporti instaurati, sia per il lavoro di equipe, sia per le vite salvate. Sono profondamente grata per la possibilità che mi è stata data e spero davvero di poter tornare il più presto possibile nell’ospedale sulla sabbia.


  • #90

    Marina Monteferri (giovedì, 05 ottobre 2017 14:56)

    Sono stata in missione all'Ospedale di Vezo per circa tutto il mese di agosto 2017, solo ora riesco a scrivere. Sono tornata molto appagata dall'esperienza, mi sono sentita dentro un bagaglio di emozioni e di pensieri che hanno riempito totalmente cuore e mente e che mi hanno fatto sentire come se fossi stata dentro un enorme frullatore. Però ne è uscito sicuramente un buon frullato! Solo che i singoli elementi dell'esperienza sono talmente tanti che ancora ci devo lavorare: innanzitutto la popolazione malgascia, che avevo già conosciuto in un precedente viaggio in Madagascar, ma che in questa occasione mi è entrata dentro in modo forte e diretto. Il disagio, l'avere il nulla (è molto di più della povertà), le condizioni di vita e di salute mi hanno lasciato attonita, come si può vivere così? Eppure vivono ma stanno anche molto male, alcune malattie sono assurde per noi. Mi ha colpito il loro rapporto con la malattia, la morte e con il tempo, soffrono come noi ma è come se tutto fosse diluito in uno scorrere fluido che non ha inizio e fine, che segue il flusso della vita e che loro accettano senza tante storie. Tutti i parametri su cui noi basiamo la nostra vita sono immediatamente sovvertiti e messi in discussione, all'inizio osservi in silenzio, ma man mano dentro di te sorgono sensazioni che non sai subito capire ma che poi esplodono e ti mettono duramente a confronto con te stesso. E' una esperienza innanzitutto personale, che porta cambiamenti molto profondi nel nostro essere. Altro elemento è stato la comunità dei volontari: molti giovani, aperti, con una motivazione straordinaria, presi totalmente dal loro lavoro, davvero bravissimi e generosi, lavoravano tutti senza sosta e con molta competenza! Anche i meno giovani hanno dato il massimo, i medici sempre in attività tra sala operatoria e nel seguire i pazienti a tutte le ore, le persone di riferimento dell'organizzazione sempre pronte a risolvere qualsiasi tipo di problema. La casa dei volontari è accogliente, ben gestita, un vero e proprio "rifugio" dove riposare e scambiare le esperienze. Ringrazio davvero tanto Laura, sempre disponibile, presente, affettuosa e con una energia inesauribile nel seguire le numerosissime attività della casa, Vio la cui presenza è stata di una solidità e di un equilibrio utile per tutti, Vito che preso da mille attività costituiva un riferimento indispensabile. Ringrazio Josephine e le altre signore che accudivano tutti nei pasti (ottimi), nei lavori della casa, Dera sempre pronto a rispondere alle varie richieste, i traduttori sempre presenti e disponibili. Il mio lavoro è stato valutare i bisogni informativi dell'ospedale per un miglioramento dell'attuale gestione organizzativa ed informatica (non ho una qualifica sanitaria, ho sempre lavorato in sanità occupandomi di organizzazione e gestione), poi ho fatto quello che serviva e che mi è stato richiesto come lavare i ferri chirurgici e sterilizzare camici e teli, ho vissuto molto del mio tempo nella stanzetta della sterilizzazione vicino la sala operatoria, con il continuo via vai di pazienti, con la presenza costante dell'equipe chirurgica che lavorava a ritmi davvero intensi. Anche se, come sempre, molto ancora si può fare per migliorare l'organizzazione, si percepisce chiaramente tutto il lavoro che c'è stato per costruire questa realtà così importante e preziosa per il popolo malgascio ma anche per i volontari, per tutti noi. Grazie e arrivederci!

  • #89

    Ivonne Paganelli (mercoledì, 06 settembre 2017 13:20)

    Sono un odontoiatra , ho fatto una missione di un mese all’Ospedale Vezo . Ringrazio Voi tutti per avermi dato questa opportunita'..
    Non posso che ribadire che è stata una esperienza decisamente molto positiva , sia dal punto umano , che professionale.
    Mi soffermo un po ' sulla mia esperienza professionale, in modo che tutti possono capire la situazione odontostomatologica della zona, e riuscire il piu’ possibile a prestare un servizio utile ed efficente a piu’ persone possibili.
    Dopo il primo smarrimento, per l organizzazione ed efficienza dell'ambulatorio , e i bisogni di questa gente, ho cercato di organizzarmi, per ottimizzare tutto con i mezzi a dispozizione..
    I bisogni della popolazione in questa specialita' sono immensi.
    Lo dico anche per i colleghi che in futuro vorrano venire a prestare il loro servizio.
    La maggior parte del mio lavoro è consistito in estrazione dentarie, perchè ormai troppo tardi per riuscire a recuperare dei denti con carie distruente, molti non sapevano neanche che i denti si potessero curare, un po' di conservativa, dove possibile sono riuscita a farla.
    Ho tolto denti di tutti i tipi in particolare denti del giudizio.
    Un altro grande problema, è la ricostruzione di denti , in prevalenza incisivi , canini e premolari, decalcificati, e gia' cariati, sopratutto di giovani, sicuramente c'è un problema di squilibri di apporto di minerali, forse dovuto alle acque, e al fluoro, mi sono ripromessa di verificare meglio , per vedere se è possibile una prevenzione, perchè il problema è molto frequente e rilevante; quelli che si sono presentati sono stati tutti curati, con grande soddisfazione dei pazienti.
    L'aspetto spesso cosi bianco dei denti di questa popolazione è dovuta di base ad una decalcificazione , che rende il dente piu bianco, ma molto piu recettivo alle carie, e meno sano.
    Sono frequenti anche gli ascessi e granulomi, dovuti a carie distruente, in alcuni casi, questi ascessi si sono trasformati in flemmoni e fistolizzati all'esterno.
    Porto ad esempio una ragazza venuta da non so da quanti chilometri, e accampata fuori dal ospedale, con un flemmone , fistolizzato , dietro l ' orecchio, non apriva , a causa del trisma la bocca , dopo 10 giorni di antibiotico, finalmente ridotta l' infezione acuta, e il trisma, all apertura della bocca , aveva una ipertofia gengivale che dalla zona del dente del giudizio arrivava ai premolari, dopo un intervento, di asportazione gengivale e suturata, finalmente il giorno dopo è apparso un dente del giudizio completamente cariato e necrotico.
    Dopo una lastra per valutarne le radici, devo dire con grande titubanza da parte mia , mi sono decisa all'estrazione.
    Ero spaventata, a Bologna L’avrei inviata all'ambulatorio della chirurgia maxillo-facciale, ma lì non avevo questa possibilita', la ragazza aveva finito i soldi e il giorno dopo sarebbe dovuta ritornare al suo paese. L'nfezione era risolta, ma rimanendo in sede il focus che l aveva provocata sarebbe potuta ritornare. e non aveva alternative. Mi sono decisa ad intervenire con veramente grande timore.
    E' andatto tutto bene!!!!!! In verita',questa popolazione ha un paradonto, non sano, per cui le estrazione sono relativamente semplici.
    L' ambulatorio è abbastanza efficente, ma visto il lavoro , sarebbe molto importante una aspirazione superiore, cioè un compressore piu potente, in modo che tutto il lavoro chirurgico sia semplificato, poi piccole altre migliorie, non difficili da fare.
    L' esperienza umana è stata fantastica, e sono stata felice di conoscere tutti, e di ammirarli per l' impegno e la disponibilita’ verso questa sfortunata popolazione, fra i piu’ poveri del mondo.
    Spero di riuscire a ritornarci l’anno prossimo, sono sicura che saro' ancora piu utile, e mi mettero' in contatto con dei prof. universitari affinche' possano inviare specializzandi anche all' Ospedale Vezo.
    Grazie infinite a tutti
    Complimenti per il Vs. fantastico lavoro
    Ivonne Paganelli

  • #88

    Mary Benedettini (martedì, 05 settembre 2017 17:53)

    A tutte le persone che ho incontrato in questi due mesi

    Voglio ringraziare tutti VOI per aver condiviso questa realtà, con alcuni un tempo più lungo , con altri per un periodo più breve, ma con ognuno con intensità.
    Le esperienze come la vita assumano significati rispetto a cosa ne facciamo di esse .
    Questa esperienza è un po’ come il vento , se sai seguirla ti porta dove vuole, se sai imbrigliarla ti spinge avanti. Eccoci qui, in questo luogo remoto dove ognuno lascia a testimonianza le proprie tracce con qualcosa di comune nelle diversità di ognuno di noi , nelle specificità dei vissuti e degli incontri che ognuno ha sperimentato.
    Questa esperienza è un po’ come il sale , come le spezie, cambia il sapore di tutto ciò che tocchi , ti lascia profumi e fragranze impigliate nel cuore. Come spesso dite è qualcosa che non si può prevedere. Così ogni giorno possiamo incontrare nuovi amici e così di ogni stella posso diventare ospite e amica.
    Un po’ tutti per essere qui ci siamo allontanati dal porto sicuro e abbiamo mollato le cime. Vi auguro di affrontare sempre i venti con le vostre vele per continuare a sognare, esplorare, scoprire.
    Niente può cancellare le orme che questa esperienza ha lasciato in noi ; per questo non finisce . Accanto a questo traccerete nuovi percorsi, nuovi cammini. Sempre ricominciamo il nostro viaggio.
    Auguro a tutti Voi di tornare con questo mondo nel cuore .
    Spesso mi sono ritrovata a riflettere su vostri input, penso che questa sia una scuola di umiltà , grazie per avermi fatto toccare i limiti della mia comprensione , la precarietà degli schemi che mi sono portata dietro.
    Ogni volta mi rendo consapevole che questo cammino può essere una miniera, forse basta seguire il bandolo di una matassa che possiamo cogliere in un sorriso , in una parola, in un incontro dentro e fuori l’ospedale , nel contatto con la natura e allora questo luogo, questa terra, diventa lo specchio di un nuovo mondo.
    Una finestra sulla vita, un teatro di nuova vita dentro il quale ci si potrebbe fermare , senza il bisogno di andare altrove .
    Grazie a tutti.

  • #87

    Carla Collina (venerdì, 01 settembre 2017 08:40)

    Grazie a voi, all'associazione, a Mary e Vito che mi hanno sostenuto in ogni momento. Per me è un onore e soprattutto un piacere continuare a dare il mio tempo ( anche se vorrei averne di più!!) all'ospedale Vezo e al popolo malgascio. Quest'anno è stata la mia quarta missione e come ogni volta torno a casa con la voglia di ripartire e con un bagaglio di emozioni e soprattutto con una crescita professionale che mi rende sempre più forte. Non nego che questa volta prima di partire ero un po' preoccupata per il fatto che mi sarei trovata a lavorare con persone che non conoscevo. Il lavoro in sala operatoria è molto particolare, è un lavoro di vera equipe e se non c'è armonia e grande collaborazione potrebbe risultare molto pesante. Per fortuna le mie preoccupazioni sono svanite appena ho conosciuto il gruppo con cui avrei condiviso questa esperienza. Ho avuto un grande aiuto da parte di tutti nel riordino della sala operatoria, ormai quasi ai livelli italiani. Posso dire che in questi ultimi anni sono stati fatti dei grandi lavori di miglioramento, sia strutturali che per quanto riguarda le apparecchiature e le strumentazioni, e questo ci rende sempre di più in grado di affrontare anche interventi importanti. Come tutte le altre volte anche quest'anno il lavoro è stato tanto e senza orari, ma di grande soddisfazione. Finché potrò sarò felicissima di continuare a dare il mio apporto all'associazione, all'ospedale vezo e alla sala operatoria ( mio grande amore)! Grazie ancora a voi!!

  • #86

    Giorgio Turati (mercoledì, 10 maggio 2017 19:05)

    Ho aspettato qualche giorno a scrivere questa relazione per riordinare le idee e per lasciare che le emozioni si assestassero.
    E' stata la mia prima esperienza di volontariato in un paese in via di sviluppo, pertanto sono partito con la mente aperta a qualsiasi scenario mi si fosse presentato davanti.
    Per quanto riguarda la vita nella corte devo dire che mi sono trovato molto bene e mi sono integrato fin da subito; l'organizzazione era molto efficiente, la sistemazione confortevole e i pasti abbondanti. Ho apprezzato molto la vita in comunità, poichè dava sia la possibilità di passare tanti momenti di convivialità gradevoli sia di ritagliarsi momenti di tranquillità e riflessione personali.
    Per quanto riguarda l'ospedale diciamo che sono partito con l'idea di adeguarmi a qualsiasi condizione lavorativa; ho impiegato qualche giorno ad allinearmi al modus operandi, al riciclo e alla parsimonia ossessivi delle risorse, al numero limitato dei dispositivi a disposizione.
    Lo scoglio più grosso che ho dovuto superare è stato adeguarmi alle condizioni igieniche, in questo diciamo che ho avuto bisogno di qualche giorno in più.
    Credo che il periodo minimo di rodaggio per raggiungere la mentalità e lo spirito giusto sia di due settimane, pertanto credo che effettuare un periodo di permanenza inferiore al mese abbia poco senso, ovviamente per quanto riguarda figure professionali come la mia.
    Durante la mia permanenza ho realizzato che la cosa più difficile secondo me non è l'approvvigionamento delle risorse, dei farmaci e delle attrezzature, ma garantire la presenza costante di figure indispensabili quali chirurghi ed ostetriche, al fine di dare una continuità assistenziale alla popolazione.
    Io non ho idea se sia possibile formare personale locale (modalità,tempi e costi) in modo da avere una collaborazione costante e continuativa 365 giorni all'anno, però a mio giudizio sarebbe da valutare come opzione.
    E' molto difficile inserirsi in punta di piedi tra le maglie del tessuto culturale e cercare di educare senza offendere e senza risultare invadenti, però forse è l'unico modo per poggiare le basi per una collaborazione bilaterale. Su questo punto a mio giudizio l'associazione sta lavorando bene.
    Ho sentito che in cantiere c'è un possibile ampliamento della struttura, il mio umile parere è che forse conviene potenziare quello che già c'è, però non conoscendo i retroscena la mia rimane una semplice osservazione.
    Sicuramente sono tornato a casa arricchito sotto più aspetti, sia a livello professionale che umano.
    E' stata un'esperienza decisamente positiva che consiglierò ai miei colleghi medici e infermieri in Italia.
    Ho trovato l'organizzazione del viaggio molto precisa ed efficiente.
    Vi ringrazio molto per avermi dato questa possibilità e spero di collaborare con voi nuovamente in futuro
    Giorgio Turati

  • #85

    Flavio Maina (sabato, 18 marzo 2017 21:50)

    Ho lavorato presso il vostro ospedale nel mese di gennaio e nella prima settimana di febbraio.
    La realtà sanitaria che ho conosciuto è molto importante per la salute e per la stabilità dell'organizzazione sociale di villaggi in cui ho visto le difficoltà del sopravvivere. Il mio giudizio sulla mia esperienza è positivo sia dal punto di vista sanitario che di quello dei rapporti interpersonali.
    Il giudizio positivo supera di gran lunga la mia perplessità sulla conduzione medica di alcuni episodi sul cui merito non ho voluto entrare per non creare problemi ad un gruppo di giovani coeso ,entusiasta e giustamente portato a valutare come vangelo l'opinione di chi dedica una vita all'ospedale. Oltretutto si può evitate di dare giudizi negativi su decisioni prese da chi ci ha preceduti e che talora per la fretta e per il troppo fare non sono state motivate in cartella.
    Penso che sia importante per chi arriva anche il riferimento a figure non sanitarie che sono di aiuto per il funzionamento del gruppo e dell'organizzazione.
    Durante la mia permanenza ho conosciuto persone per me molto stimolanti sia in campo sanitario sanitario che amministrativo, giovani e meno giovani che mi hanno permesso di superare le difficoltà dell'impatto iniziale ,talora anche relazionali.
    Preferisco il breefing dopo la pausa del pranzo, più sintetico con più possibilità di confronto. Quello prima di cena con l'analisi di tutti i passaggi ambulatoriali mi pare meno produttivo.
    Lo sforzo organizzativo è notevole e vi auguro la possiate proseguire .
    Buon lavoro e grazie per l'accoglienza
    Flavio Maina

  • #84

    Andrea Nuvoloni (sabato, 18 marzo 2017 21:20)

    Salve Amici di Ampasilava. Sono Andrea Nuvoloni di Verona; tecnico Carestream-ex Kodak dell'agenzia Biotron di Budrio - Bologna.
    Sono stato all'ospedale Vezo dal 23 ottobre al 4 novembre.
    Sono stato contattato da Federico il tecnico di radiologia tramite la mia ditta per installare e sistemare i 2 CR (computer radiologici) presenti nell'ospedale. Sono un tecnico manutentore ed il mio compito era quello di far ripartire ed organizzare al meglio la radiologia.
    Il primo giorno la radiologia era già operativa grazie anche al mio aiutante malgascio Rasà che ha delle qualità di tuttofare fantastiche.
    La mattina di ogni giorno andavo in ospedale per sistemare l'altro strumento radiologico (rovinato a causa dell'usura dovuta alle alte temperature del posto e al forte utilizzo) e in più insegnavo ai ragazzi volontari infermieri ad utilizzare la radiologia per effettuare gli esami richiesti. La soddisfazione di fare gli esami ai tanti malati che ogni giorno affollano l'ospedale è stata forte e mi ritengo molto soddisfatto e fortunato di aver fatto parte di questo bellissimo progetto.
    Essendo un informatico ho potuto anche approfittare delle mie conoscenze per configurare la rete locale dell'ospedale per permettere da ogni postazione ambulatoriale di vedere gli esami RX direttamente dal pc dove il medico scrive le patologie di ogni paziente.
    L'accoglienza alla Corte dei Gechi è stata fantastica. La signora Eleonora è una bravissima persona e come tutti gli altri volontari molto simpatici e competenti. Una squadra fortissima di bellissime persone! Un'esperienza che non dimenticherò mai e che mi porto nel cuore gelosamente.
    Il cibo cucinato da Josephin era fantastico! Ottime abbuffate ogni pranzo e cena.
    Quasi tutti i pomeriggi riuscivo a fare il turista scoprendo callette e spiagge paradisiache. Ho visitato il Laguna Blu che sarà sicuramente mia futura meta!


    Il viaggio in macchina, sia all'andata che al ritorno, è stato una vera e propria avventura che però vale tutta la fatica richiesta! Gli autisti locali sono straordinari sia la coppia Bebera/Dulla da e per Tulear sia il bravissimo Mino che mi ha scorrazzato per due giorni nella capitale Tanà. Mi ha aiutato a passare due giorni altrimenti molto difficili in maniera spensierata; sono riuscito persino a visitare il Lemur's Park a venti minuti di macchina dalla città.

    Ho allegato foto della radiologia e della sala comandi dopo il mio "riassesto" e altre che pensavo potessero interessarvi. Ho messo anche Ugo, magari volete vedere se è cresciuto! :-)

    Ciao e grazie a tutti!
    Mi avete reso una persona migliore.

    Spero di partecipare o poter aiutare ancora!

    Veloma!

    Andrea Nuvoloni
    Biotron s.p.a.

  • #83

    Daniele Ruiba (martedì, 07 marzo 2017)

    Alla mia quinta missione , credevo che nulla potesse più sorprendermi, invece mi sbagliavo,ogni attimo se pur già vissuto ti rapisce e ti trasporta in un mondo a te lontano e inusuale ma nello stesso tempo presente dentro di te, ben dentro il tuo essere fino a modificare la tua anima. Il volo, lungo, tedioso, e noioso, poi l'arrivo ad Antananarivo , capitale del Madagascar, gesti conosciuti attese già vissute ma sempre diverse per i colori,gli odori e gli sguardi che come calamite ti attraggono in una danza calda e avvincente di impressioni, la corsa frenetica, come se fosse una gara, dei portabagagli abusivi che ti "rapiscono" la valigia per un misero compenso,la contrattazione per il taxi che ti chiedi come le lamiere riescano ancora a stare insieme e addirittura funzionare. Attraversi la città caotica tanto diversa della tua idea di città e arrivi ad un albergo a ore,in una cameretta che ti ospiterà per una notte e subito senti questo alone di Africa che ti avvolge e ti prende e a cui, tu, volutamente appartieni già . Secondo volo a Toliara e arrivo all'hotel Longo, anche questa volta sono in questa camera,no! non è cambiata è come tornare a casa; la mattina arriva presto e la pista ti attende con le sue incognite essa ti rapisce,ti stronca, ti fa volare attraverso paesaggi per te inusuali,attraversi villaggi,capanne,sabbia,mare,sole,foreste,sabbia e tutto scorre traballando e sempre la prima volta.Ecco l'ospedale., la corte dei Gechi,gli abbracci, i saluti. le valigie nella camera a te destinata,le ho girate tutte e ognuna è sempre casa, la grande sala,la cucina con l'inmancabile Josephine,tutto sa di dolce emozione ,di porto sicuro dopo la tempesta; poi prendi contatto con la realtà che ti circonda,che ora ti apparterà a cui tu apparterrai diventandone parte integrante e viva e dovrai dare te stesso dimenticando quasi ch esisti e presto ti accorgerai che sarà più quello che ricevi di quello che darai perchè non esiste cosa più bella e appagante di donare agli altri senza che il DIO danaro guidi le tue azioni. Come compenso però avrai sorrisi di una dolcezza struggente e sguardi umidi e caldi,avrai la sensazione del velluto toccando la pelle,ti stupirai di quelle mani unite a coppa per ricevere la medicina,avrai poche parole di ringraziamento ma le parole non servono quando gli occhi parlano e dentro di te sarai felice di lenire,anche solo per pochi giorni,il dolore del tuo simile,del tuo fratello che non ha le tue possibilità, che non ha la tua ricchezza, che non sa neppure perchè sei lì, avrai paura di sbagliare ma non temere ti guiderà la gioia di fare, di dare e di aiutare.Nasceranno amicizie e simpatie così forti che se saprai coltivarle dureranno tutta la vita perchè in quel luogo esiste una magia che si chiama "uguaglianza"perchè tutti si è parte del tutto.E' difficile parlare delle emozioni,ognuno ha le sue ma credo di non sbagliare se dico che quello che vivi all'ospedale Vezo non hanno confine e sono profonde,così profonde da trapassarti il cuore e dopo..e dpo amerai l'Africa e vorrai solo tornare.
    Daniele dentista per caso

  • #82

    Althea (venerdì, 24 febbraio 2017 11:35)

    Prima di raccontare la mia esperienza con Amici di Ampasilava vorrei raccontare chi sono. Mi chiamo Althea e mi sono laureata in Scienze Motorie. Questa facoltà purtroppo non mi ha mai dato troppa soddisfazione e mi sono sempre sentita incompleta, volevo fare di più. Essere di più. Una sera mi si è avvicinato Vito proponendomi di dare un’occhiata al sito e dopo averlo fatto sono andata al primo incontro di volontari per saperne di più. Ho subito capito che dovevo partire, che dovevo andare laggiù a scoprire cosa fare nella vita e perché non farlo aiutando chi ne ha davvero bisogno?

    Sono partita da Bologna il 12 novembre con una valigia carica di speranze, paura e gioia. E anche piena di farmaci. Il primo mese ho svolto un Master di Medicina d’Urgenza-emergenza su cui non mi dilungherò più di tanto; questo mese è stata una parentesi che ci ha introdotti ai successivi due mesi di volontariato che avremmo svolto presso l’ospedale Vezo.
    Il 12 dicembre sono entrata alla Corte dei Gechi. Da lì è cominciata la vera esperienza, ho cominciato a vivere alla malgascia, ho cominciato a vivere davvero l’ospedale. Ti prende nell’animo.
    È davvero difficile descrivere a parole quello che ho visto, quello che ho vissuto, quello per cui ho pianto e quello per cui ho riso. Non mi sarei mai immaginata di salvare delle vite, di perdere delle vite, di entrare in sala operatoria e creare con i mie AMICI (non semplici colleghi) una equipe chirurgica.
    Ci sarebbero mille episodi che potrei raccontare per cercare di spiegare, ne sceglierò uno a caso. Un episodio felice: una signora di circa 50 anni è venuta in ospedale per subire una rimozione di cisti ovarica, una cisti enorme in un corpicino piccolo piccolo. L’operazione è andata bene. In quel periodo io ero in degenza e quel che mi premeva era riuscire a far star bene quelle persone non solo farmacologicamente. Ogni sera e ogni giorno ballavo per loro, sorridevo e facevo ascoltare la musica. Questa signora ha cominciato a ballare con me e al momento della dimissione mi ha cercata per l’ospedale e appena mi ha trovata mi ha abbracciata forte. Questa forma di ringraziamento mi ha sorpreso e toccato molto perché queste persone sono semplici e bastano cose semplici per farle stare un po’ meglio.
    Per non parlare del posto, è magico. Tramonti, stelle, mare, villaggio, il sorriso delle persone. Tutto ti entra dentro, tutto rimane impresso nella mente. Non basterebbero mille fotografie a mostrare la meraviglia di tutto questo. In Madagascar ti senti in una bolla, una bolla felice. FELICE.
    Una sera dell’ultima settimana siamo andati sull’acquedotto, posto in cima a una collina da cui si vede tutta Andavadoaka e tutte le sue spiagge (è un posto stupendo su cui andare a godersi il tramonto), a cantare e suonare la chitarra. Sotto quel cielo stellato, poi, siamo andati a fare il bagno nella magica “pozza”, piccola spiaggia praticamente di fronte all’ospedale. Con il suono dolce della chitarra, su note inglesi, mi sono stesa sotto le stelle e non pensavo a niente. La mente vuota. Con me solo un senso di appartenenza a quel posto che per tre mesi ho sentito come casa. Le lacrime che sono cominciate a scendere erano di felicità e dolore.
    Posso dire che è stato il viaggio che mi ha cambiato la vita. Sicuramente tornerò. In Madagascar, ad Andavadoaka, all’Ospedale Vezo, alla Corte dei Gechi ho lasciato un pezzo del mio cuore.

  • #81

    Sara Lovaste (mercoledì, 22 febbraio 2017 22:32)

    È da qualche settimana ormai che sto cercando le parole per descrivere quest'esperienza! Prima cosa che ho capito è che io ho partecipato a due avventure: il master e il volontariato!
    Mi soffermerò qui a parlare dell’esperienza di volontaria medico, presso l’ospedale Vezo
    L’esperienza di volontaria è stata caratterizata da un’ atmosfera carica di tranquillità, affetto e serenità.
    Come medico e come persona credo di essere cresciuta talmente tanto che ancora adesso alle volte non mi riconosco. credo di tornare a casa con una maggior consapevolezza di quello che so e soprattutto di quello che non so ma che posso imparare.
    L’ospedale è un tale gioiello che, dopo averlo vissuto per un po', non puoi non innamorartene a tal punto che spegnere i computer o coprire gli ecografi non era più un obbligo ma un desiderio per evitare che qualcosa si rovini.
    Non starò qui a scrivervi un papiro su quanto sia stato bello e per quanto tempo mi ricorderò di questa esperienza perchè probabilmente ciascuno di voi prova le stesse cose e forse anche molto di più.
    Vi vorrei solo ringraziare per quest’opportunità e spero tanto non sia la prima e l’ultima volta ma che io possa crescere ancora insieme a voi.
    Grazie

  • #80

    Romana Cirillo (martedì, 11 ottobre 2016 18:58)

    Per chi non mi conoscesse mi chiamo Romana e dopo 35 anni di onorata carriera (la carriera è sempre onorata nel lessico comune!!!) come Capo Sala sono andata in pensione e ho deciso di misurarmi con un periodo di volontariato.
    Sono quindi partita per il Madagascar alla volta dell'ospedale Vezo di Andavadoaka dove sono rimasta quasi un mese.
    La sorpresa iniziale è stata grandissima: mai mi sarei aspettata di trovare una struttura così ben organizzata: ambulatori per diverse speciaiità, sala visite, studio dentistico, radiologia e sala operatoria con relativa sterilizzazione, ovviamente, laboratorio con macchinario per gli esami ematici fondamentali e per la diagnosi dei più comuni parassiti.
    Un vero "impero": certo tutto ancora (e sempre ) in continuo movimento, per migliorare nella qualità l'organizzazione, la disponibilità e l'offerta dei servizi per la risposta ai bisogni della popolazione.
    Mi sono trovata a riflettere su come si sia potuto arrivare a tanto, a considerare con ammirazione il lavoro "nascosto" e silenzioso che ci deve essere stato in questi anni, dei tanti volontari che senza tregua, senza altra ricompensa che la soddisfazione di vedere aumentare sempre di più la popolazione malgascia che si è rivolta alla struttura, ha lavorato a questo progetto...
    Dentro di me sono rimasta molto molto sorpresa e ammirata, senza parole che invece riesco a esprimere ora.
    Nel periodo che ho passato giù ho visto avvicendarsi ragazzi più o meno giovani, ma quelli con cui ho convissuto più a lungo erano davvero speciali: le peculiarità del "volontario" dovrebbero essere ovviamente simili per tutti, ma questi le avevano veramente all'ennesima potenza: intelligenti, disponibili, allegri, lavoratori senza risparmio, hanno meritato di rubare la scena.
    E allora mi è venuta in mente un'altra riflessione che ha coinvolto l'assetto sociale in questi anni.
    Largo ai ragazzi, svegli, pronti a cimentarsi nel mondo del lavoro a migliorare le loro competenze a conquistarsi un posto di responsabilità o facciamo tesoro delle esperienza degli "anziani" con tanti anni di servizio e indubbiamente con un patrimonio da trasmettere ai giovani per la loro formazione?????
    Ho sentito fortissimo che la "politica" era quella di far crescere i giovani, mandandoli magari qualche volta pure allo sbaraglio, ma trattandoli come cavalli da corsa su cui puntare, piuttosto che considerare il curriculum di chi aveva già lavorato per anni e che avrebbe potuto affiancarli contribuendo alla loro crescita.
    Spero in una prossima esperienza di aver modo di dimostrare come il mio contributo specifico possa essere quello di lavorare sull'organizzazione (degli ambulatori, delle mansioni, degli approvvigionamenti....) per rendere più agevole ed efficace il lavoro di tutti, senza per questo trascurare né il contatto con il paziente, che è la vera ricompensa del volontario, né la disponibilità a qualunque necessità (di cura, di assistenza, di pulizia...) che deve caratterizzare un luogo centrato sul volontariato e non sulla rigidità dei ruoli.
    I cosidetti civili, nella casa dei gechi hanno molta cura per i bisogni dei volontari, il trattamento penso che sia superiore, anche in questo caso, alle aspettative.
    Sperando di rivederci presto
    Romana

  • #79

    Giulia Bora (sabato, 08 ottobre 2016 01:34)

    Il rientro è stato duro e lo è tutt'ora sotto certi aspetti. Penso sia necessario un periodo di tempo tra l'arrivo da un'esperienza come questa e la ripresa della vita quotidiana. Ho avuto modo di riflettere su diverse questioni e situazioni che mi hanno attanagliato la mente i primi giorni sul suolo italiano.
    Inutile dire che questa è un'avventura che ti tocca nel profondo e mette in discussione anche quelli che prima credevi fossero punti saldi della tua vita professionale e non.
    Analizzando il tempo passato ad Andavadoaka posso definire l'esperienza in Corte come strepitosa. Non so se osare definirmi fortunata, ma ho trovato in ogni volontario qualcosa di interessante, qualcosa per cui non mi bastava prenderne atto, avrei voluto approfondire per conoscerne di più. Ho avuto modo di trovare degli amici. La convivenza è stata serena e non ho trovato davvero punti negativi. Josy è un'ottima cuoca, non mi è mancato nulla dal punto di vista culinario.

    Professionalmente ho avuto modo di condividere l'esperienza con Carla, Marco, Sara, Letizia, Chiara e Mary. Tutti ma proprio tutti mi hanno insegnato qualcosa. Ho incontrato davvero persone professionalmente valide ed umanamente cariche.
    Il lavoro in ospedale è stato intenso. Credo però possa essere migliorato sotto alcuni aspetti, per lo più logistici/organizzativi.
    Penso che l'organizzazione dei farmaci in un locale "farmacia", visto che l'ospedale si sta ingrandendo, sia d'obbligo. Tenere tutti i medicinali sparsi nei vari ambulatori con il rischio di non trovarli o peggio lasciarli scadere e non usarli, perché non si sapeva dove fossero, è un vero peccato. Penso che anche l'importante ruolo di un civile possa essere impiegato in tal senso, nell'immagazzinamento, controllo ed organizzazione delle medicine. Potrebbe essere utile, per ridurre i tempi delle visite, soprattutto in periodi di maggior affluenza (quasi 200 visite quotidiane), l'utilizzo del programma da un eventuale locale adibito a farmacia. Secondo me in questo modo si ottimizzerebbero i tempi, sarebbe sotto controllo diretto il quantitativo di farmaci.
    Riterrei utile, la possibilità di avere a disposizione del laboratorio, la colorazione di Ziehl-Neelsen da utilizzare sull'esame dell'escreato. So che non richiede procedure particolarmente complesse per ottenere una diagnosi certa di Tubercolosi. Penso sia molto più dispendioso continuare a curare per mesi o anni un paziente con il sospetto di una TBC piuttosto che poter fare un esame dello sputum in tempo reale e vedere se c'è effettiva necessità di continuare con le cure. L'incidenza di tubercolosi, mi sono accorta essere un problema serio.
    Ho avuto modo di conoscere il Dr.Rossmann. Persona educatissima e sempre disponibile al dialogo ed al confronto. Penso però che il suo lavoro possa essere "impiegato" meglio per l'ospedale. Penso che dandogli la possibilità di avere un suo ambulatorio, forse potrebbe rendersi più utile.
    Spero di poter tornare presto in Madagascar. Mi piacerebbe con un'equipe chirurgica ovviamente (facendo io la specializzanda di chirurgia), ma sarei felice di poter tornare comunque per lavorare.
    Mi piacerebbe essere aggiornata per quanto riguarda la questione SCUOLA TSYTSYMOURU, esperienza condivisa con Elvira e Marco. So che Vito insieme ad Ernesto si sarebbe occupato di sovraintendere i lavori che verranno capitanati da Dera.
    Mi manca moltissimo la vita malgascia. E tutti voi.
    Spero di potervi rivedere presto e riabbracciarvi forte. Nel frattempo buona continuazione ed un saluto a tutti, ma davvero tutti.
    Grazie Mary per tutto quello che fai con tanta discrezione e competenza.
    A presto! Giulia Bora

  • #78

    Carla Cuboni (giovedì, 06 ottobre 2016 14:14)

    Ciao Mery, Come stai?
    Ti ringrazio per le tue parole, spero vivamente che la mia opera sia stata proficua
    Sono molto contenta di averti conosciuta, d'altronde mi sono fidata di te dalle prime mail e conversazioni telefoniche senza averti mai vista.
    Per quanto riguarda l'esperienza di lavoro posso ripetere ciò che ho già espresso
    Sono partita all'avventura , non avevo idee di chi e cosa fosse l'organizzazione , ma appena arrivata ho subito trovato un ambiente accogliente, che mi ha fatto sentire una di voi e che mi ha dato la possibilità di dedicare due mesi a quello che ho sempre amato fare
    Ho trovato un posto di lavoro ben organizzato ,con tanti piccoli difetti che possono essere colmati.
    sull'organizzazione della farmacia , come è già in programma, le visite dei pazienti, la divisione dei compiti tra le figure sanitarie , i gruppi da inviare.
    Per quanto riguarda la corte dei gechi, non ho suggerimenti da dare, era ben organizzato, sia nel periodo precedente alla tua venuta e migliorato notevolmente quando sei arrivata tu.
    Sicuramente la costruzione dell'acquedotto , ma anche di fogne , se possibile, miglioreranno le condizioni degli abitanti
    Sarebbe opportuno, anche , proporre delle riunioni di educazione sanitaria per gli abitanti, distribuire materiale informativo semplice e figurato alle persone che vengono visitate
    Vi penso sempre con grande affetto, un abbraccio
    Carla

  • #77

    Alessia Liguori (giovedì, 06 ottobre 2016 13:59)

    Rielaborare il lutto della partenza non è facile... mi è venuto il mal d'africa... è stato tutto fantastico: i colleghi, i pazienti, i coinquilini e diciamolo: anche il cibo.
    Si lavora benissimo in un clima di entusiasmo e collaborazione e si ha la sensazione o meglio la certezza di essere utili a qualcosa... spero che l'ospedale possa ingrandirsi di sempre nuove strutture stanze e apparecchiature...sono da migliorare gli spazi soprattutto della sala operatoria e l’organizzazione dei farmaci e presidi.
    Non vedo l'ora di tornare un bacio grande
    Alessia Liguori

  • #76

    Eugenio Cirella (giovedì, 29 settembre 2016 23:05)

    Grazie anche per me e' stato molto bello il rapporto con i Malgasci, la loro visione della vita e della malattia e il loro modo semplice e naturale di fronteggiare la morte, mi hanno colpito profondamente.
    Anche il rapporto professionale e umano con gli altri volontari è stato molto intenso e mi ha fatto entrare in contatto con persone ricche di umanita' e belle dentro. Spero di incontrarvi presto
    Un abbraccio Eugenio

  • #75

    Erika Morsia (giovedì, 29 settembre 2016)

    L’odore di bruciato dato dai paioli sul fuoco pieni di olio, magari con qualche pesciolino dentro; la sabbia tra le dita dei piedi, “imbarcata” nelle scarpe per andare fino in paese; il tramonto al Coco Beach, con un three horses bier sul tavolo; il silenzio sulla spiaggia, dove solo il mare crea un soave sottofondo infrangendosi con le sue onde sul bagnoasciuga che si contrappone all’indefinibile parlottare dei gechi, padroni indiscussi della corte; il buio della notte disturbato dalla sola via lattea che si esibisce nella sua originaria bellezza: già questo vuol dire Andavadoaka. Ma per me il Madagascar non è solo questo, ha significato un cambio di prospettiva su due principali temi: la semplicità e la speranza.
    La spontaneità di un sorriso o di un “salama vasa” quanto mi manca! Camminando per la un via del centro Pavia, ormai mia città di acquisizione, mi sono fermata un attimo e ho guardato intorno me. Persone, principalmente studenti, isolate in un mondo che corre di fretta, con le cuffie nelle orecchie e con lo smartphone in mano, pronta scusa per abbassare lo sguardo nella malaugurata ipotesi di vedere qualcuno che si conosce e quindi si deve salutare. E in questi momenti vorrei essere sulla spiaggia di Andavadoaka dove i bambini ti vengono incontro felici solo per salutarti, toccarti e stabilire un contatto con te che sei ben diverso da loro, ma la diversità è vissuta come il valore aggiunto non come la scusa per l’esclusione. La fretta non esiste, esiste il tempo: scandito dalla luce del sole e dal chiaro della luna e non da un ticchettio di un orologio. Ed esiste la voglia di condivedere le esperienze insieme a chi può anche non comprenderle senza aver paura di essere giudicato. Cose semplici: saluto una persona perché è un essere umano, trascorro del tempo con qualcuno perché mi piace stare con lui, senza obblighi, senza imposizioni solo con spontaneità.
    La cosa che certamente più mi ha colpito di questa esperienza è la dedizione con la quale si affidano completamente a te, senza diffidenza ma solo con una grande speranza: quella di stare meglio. La malattia è sicuramente vista in modo toltalmente differente da quello che abitualmente viene concepito nei nostri ospedali; chiaramente l’esistenza è un fenomeno culturale e il corpo, e in particolare il corpo malato, ne parla il dialetto. Riuscire a comprendere a pieno il malato è impossibile ma stabilire una sintonia con esso non è stato altrettanto: questo grazie alla speranza che ripongono nel medico, ma probabilmente nella intera umanità, e che non è messa in ombra dal “tutto è dovuto”. Ed è stata questa speranza, il vedere le “sale d’attesa” piene di persone, il sentirsi in un qualche modo utile che mi ha dato la forza di andare avanti nei momenti più duri. Perché di momenti difficili emotivamente ce ne sono stati, ma forse solo il contatto con la morte ti permette di capire quanto sia fortunata la tua vita e quanto lo stare bene sia una concezione scontata e dovuta. Ci sono volti che non dimenticherò mai, respiri che non dimenticherò mai e voci che non dimenticherò mai. Non scorderò mai l’ansia provocata da un arrivo di un carretto con sopra un malato, la felicità per la venuta al mondo di un neonato, l’angoscia nel chiedersi “avrò fatto ciò che era giusto fare” ma neanche la soddisfazione di vedere star bene una persona dopo la cura.
    Questo cambio di prospettiva è quello che mi porto a casa da questa esperienza e si associa ai ricordi di 40 giorni trascorsi insieme a persone spendide. Porterò con me questi ricordi e li conserverò come appiglio nei momenti di nostalgia: dalle splendide spiagge visitate, ai viaggi in piroga, alle serate al Dada in compagnia dello Dzama e di “Roma Bangkok”, al burraco, alla soddisfazione di Madame Sambosa e di suo figlio nel portarci lo spuntino mattutino, alle partite di quello che solo lontanamente può essere definito pallavolo, ai pantaloni di Solo, alle bambine delle treccine, agli occhiali per l’eclissi, agli “evidentemente”, ai “cadeux sul lettino” . Risulta infine doveroso un ringraziamento alla Associazione che ha permesso questo e ai “ragazzi dell’ambulatorio 1” che hanno sopportato i miei “andrassu amonto” e coi quali ho condiviso tra i momenti più significativi della mia vita.
    Erika

  • #74

    Giulia Saturi (mercoledì, 28 settembre 2016)

    Qualche riga sull'esperienza, anche se tornare e riuscire a mettere nero su bianco anche solo una piccola parte di quello che ho vissuto in un mese e mezzo in Madagascar non è per niente facile.
    Dal mio rientro quante persone mi hanno chiesto di raccontare qualcosa ma le parole mancano perché quando si arriva ad Andavadoaka si entra in un mondo del tutto diverso che ti assorbe al 100% e in cui tutte le abitudini che avevi a casa, le domande, le preoccupazioni perdono di senso.
    Sono partita all’inizio di Agosto con tanta agitazione che è un mix tra la voglia di andare e la paura di non sapere a cosa si va incontro e di non esserne all’altezza. Dopo le interminabili ore di viaggio insieme ad altri volontari intervallate da ben poche ore di sonno, arriviamo quando il sole è già tramontato all’ospedale e il mattino dopo inizia l’avventura.
    In questo mese mi sono trovata di fronte a situazioni che forse in Italia nemmeno esistono, mi sono sentita tante volte impotente o incapace di rispondere a quelle persone che percorrono km e km a piedi per giorni riponendo in te tutta la loro fiducia e le loro speranze per sentirsi magari dire che noi non possiamo fare nulla per il loro problema dal più banale al più grave. La morte fa parte della vita e loro lo sanno meglio di noi ma non è stato facile confrontarsi con questo ogni giorno. Eppure nonostante ciò, l’ospedale Vezo non è un luogo di sofferenza è un luogo di speranza e di gioia dove tutti ti salutano al mattino, dove le donne ti guardano sorridendo complici e i bambini ti corrono attorno e ti prendono per mano, è il posto dove vedi nascere la vita, dove vedi tornare i pazienti guariti al controllo dopo la cura con i loro sorrisi sdentati o dorati, dove si creano rapporti con i parenti dei ricoverati con i quali si finisce a giocare a pallavolo o a farsi le treccine.
    La cosa più bella di tutta l’esperienza sono sicuramente le persone: i pazienti e i parenti; le persone del villaggio che dopo mezza giornata sanno già perfettamente chi sei, che ti vengono a parlare anche in assenza di un linguaggio comune, che giocano e ballano con te; i traduttori che rappresentano uno spiraglio di luce per capire almeno in parte questo mondo così diverso che ti circonda e soprattutto gli altri volontari.
    Devo ringraziare ognuno dei volontari che ha condiviso con me questo tempo, sia chi c’è stato per tutto il mese sia chi ho incrociato per pochi giorni, perché ciascuno mi ha insegnato qualcosa e mi ha permesso di concludere ogni giorno stanca ma con il sorriso, di rendere un momento di gioia ancora più grande e di riuscire a superarne altri di difficoltà.
    Grazie a ciascuno di loro e un grazie all’associazione per questa opportunità, l’esperienza più bella della mia vita da cui esco cambiata dal punto di vista professionale ma soprattutto personale, con nuove prospettive e nuovi orizzonti.
    Giulia Saturi


  • #73

    Romana Dal Covolo (mercoledì, 28 settembre 2016 22:45)

    Scrivo qualche riflessione sull'esperienza vissuta in Madagascar.
    Ribadisco che è stata un'esperienza molto intensa che mi ha consentito di sentirmi molto vicina alla gente,ma anche mi ha portato a fare valutazioni e confronti molto personali su me stessa e sulla vita.
    Sono stata in grado di apprezzare la popolazione malgascia così povera,ma anche così ricca di valori umani che noi spesso stiamo frascurando.Mi riferisco in particolare alla considerazione del tempo e della solidarietà...
    Per quanto riguarda l'ospedale,ho avvertito che c'è dietro un lavoro immane che coinvolge tantissime persone e realtà che consentono l'efficienza di questa struttura.
    Ho apprezzato la competenza e la preparazione dei volontari e di tutta l'organizzazione.
    So che si stanno programmando anche dei master per i nostri studenti
    A questo proposito mi viene una rifessione circa il distacco che ho avvertito con la popolazione locale. Mi sembra infatti che non si faccia abbastanza per pensare a un'autonomia di queso ospedale che, nel tempo, dovrebbe risultare auspicabile.
    Penso che si potrebbe coinvolgere maggiormente e inserire del personale locale che possa affiancare il nostro.
    Naturalmente questa è un'osservazione superficiale perchè conosco poco sia la fondazione sia la sua storia.
    Un'altra osservazione che mi permetto di avanzare è relativa ai turni di lavoro in ospedale perchè mi è sembrato risultassero troppo gravosi per alcuni volontari.
    Da ultimo vorrei fare una critica al criterio che è stato stabilito per la quota di soggiorno. A mio parere dovrebbe essere la stessa per tutti.
    Invio queste semplici osservazioni augurandomi che,in qualche modo ,possano contribuire a rendere ancora più bella e umana questa preziosa esperienza.
    Sperando di poterci incontrare presto Vi abbraccio

    Romana Dal Covolo

  • #72

    Anna Peli (giovedì, 22 settembre 2016 21:23)

    Sono io a ringraziare voi della corte e l'associazione.
    È stata un'esperienza forte che ti riempe il cuore, la testa, ti entra dentro.
    Solo ora piano piano riesco a capire cosa ho visto e vissuto. Vivere la povertà con la gioia, non avere niente ma avere e dare tutto.
    Il loro saluto, il loro sorriso, i loro occhi, sto piano piano immagazzinando tutto.
    Ho visto cose belle e brutte, ho visto nascere due gemellini e ho visto un ragazzino andarsene troppo presto.
    Ora ho tutto dentro e non è facile farsi capire da chi non ha vissuto quest'esperienza. Il rientro è stato un po' così diciamo strano, ho avuto bisogno di tempo per rielaborare l'esperienza .Ora ti capisco quando mi dicevi: "mi chiudo in casa per due settimane".
    Sono felice di aver avuto il coraggio di partire, lo farei ancora, credo sia stata un'esperienza importante per me che mi ha fatto conoscere un'altra realtà così lontana dalla nostra.
    Per quanto riguarda me, il mio ruolo non era definito, non è stato semplice all'inizio mi è capitato di sentirmi un po' esterna a tutto. Poi ho capito,sono stata aiutata e spero di essere stata utile.
    L'ospedale è un sogno, io non sono medico non sono infermeria, ma vedere la passione dei volontari e dei traduttori è stato bello. È un progetto incredibile, un ospedale in mezzo al nulla.

    Desidero che mi teniate aggiornata su come vanno tutti i progetti, non voglio che rimanga solo un ricordo. L'acquedotto, la scuola e l'ampliamento dell'ospedale ....
    Grazie

    Anna Peli



  • #71

    Bruno Benini (domenica, 11 settembre 2016 09:04)

    L'Ospedale Vezo stupisce già da primo impatto quando, dopo ore di viaggio nella trousse, si raggiunge la struttura in muratura costruita nel nulla. Continua a stupire per la calma ed il silenzio anche nei momenti più affollati, che sono molti. E poi stupisce la Gente Vezo, bella, dignitosa e molto simpatica, con cui è facile comunicare anche se non si conosce la difficilissima lingua. L'esperienza da un punto di vista professionale è stata estremamente interessante, resa più leggera dall'infaticabile entusiasmo degli altri. Qui non si sente dire "che palle" o "nun m'attorca", come siamo abituati nel nostro "civilissimo" paese. Qui si lavora e basta, si arriva addirittura a rinunciare ad un mojito (preparato dalle sapienti mani di Lorenzo) per tornare a vedere un paziente che non sta bene. E quindi grazie a Vito (il deus ex machina), ad Alberto (l'anestesista estremo per casi estremi), ad Alessia (insostituibile come chirurgo), a Manfredi (internista di spessore e fotografo ) ed a Lorenzo (autentico mostro). Ma last but not least devo ringraziare Chiara, Sara e Valentina, senza la cui assistenza sempre sorridente non avrebbe funzionato nulla, come anche Meri che ha reso la Corte dei Gechi una casa, con la C maiuscola, dove faceva piacere tornare. Ma su tutto aleggia lo spirito del fondatore, Sandro, la cui simpatia emiliana non è facile dimenticare.
    Alcune considerazioni, di natura anche tecnica, purtroppo,o rattristano questo mio entusiastico incipit. Intendo l'impossibilità ad affrontare alcune patologie, anche severe per la mancanza di adeguata attrezzatura anestesiologica e di una piccola TI, oltre all'impossibilità di avere esami istologici e colturali, che ci ha costretto a non operare alcuni pazienti. Ma con la forza e l'energia dell'organizzazione supereremo anche questo, anche con la speranza di trasformare i preziosi mediatori culturali, tra cui Odin spicca per vivacità ed intelligenza, in assistenti polivalenti.
    grazie a tutti e aurevoir

  • #70

    Valentina Giusti (mercoledì, 27 aprile 2016 09:21)

    Che dire, sicuramente una esperienza fantastica che non vedo l'ora di replicare presto, molto presto!
    In realtà credo di esser io a dover ringraziare l'associazione per avermi permesso di fare questa esperienza. Come saprai meglio di me, tutte le parole e tutte le foto del mondo non riescono a trasmettere pienamente quello che si prova stando giù all'ospedale. Mi sono sentita a casa da quando sono scesa dalla jeep e arrivato il momento del ritorno non sarei più voluta tornare. Devo ringraziare tanto Sandro e Rosy che hanno creduto in quello che facevo, dal semplice occhiale alla "medicazione" più complessa che ho potuto fare e se avevo dei dubbi mi sentivo libera di chieder a loro.
    Abbiamo lavorato tanto, ho visto patologie e alcune situazioni che ovviamente qua in Italia non esistono nemmeno; mi è dispiaciuto non aver un oculista perché il mio lavoro si è fermato a metà diciamo, peró sono molto contenta e soddisfatta di poter replicare a maggio e giugno! La cosa più bella che succede quando si è in Madagascar è la consapevolezza di noi stessi. Io mi sono scoperta, ho fatto cose che non sapevo di saper fare e mi sono imparata ad amare; ho capito cosa è veramente importante per me . Ho capito Cosa voglio fare in un futuro prossimo.
    E questa è stata l'esperienza che ha dato la svolta nella mia vita, in tutti i sensi.
    Perciò grazie grazie infinite a tutti voi!!!
    Vale.

  • #69

    Alice Coppola (I parte) (giovedì, 24 marzo 2016 20:07)

    A Settembre il mio ragazzo è partito per il Madagascar come volontario e doveva tornare a dicembre oppure a gennaio in base al visto. Lui è nato per fare queste esperienze, è un suo desiderio costante poter partire e aiutare gli altri. A me invece l’idea non mi aveva mai sfiorato.
    Certo mi aveva chiesto di seguirlo se ne avevo voglia, ma ero troppo impaurita e insicura su come avrei reagito in una situazione del genere. Poi ho incontrato una persona verso novembre che mi ha fatto riflettere molto su cosa facciamo nella vita, come viviamo, come dobbiamo prendere all’amo le esperienze che ci arrivano e come spesso non andiamo oltre le nostre paure e
    preferiamo rimanere statici nella nostra routine. <<Fai qualcosa ogni giorno di diverso da giorno precedente, non dev’essere necessariamente una grande cosa ma falla.>> Ed è scattato qualcosa dentro di me… perché non provare? D’altronde può darsi che non mi capiterà più nella vita no? E 3 giorni dopo avevo il biglietto aereo in mano.
    E mi sono ritrovata in un mondo meraviglioso. Ospedale Vezo è un progetto grande con la G maiuscola, è un luogo dove le persone si vogliono bene l’un con l’altra e si fanno in quattro per poter salvare delle vite. E’ un luogo affollato da più di 100 persone ogni mattina che aspettano pazienti che il loro nome venga chiamato per entrare dentro un’ambulatorio. Aspettano a terra, sulla sabbia con il vento che tira forte tra i capelli e fa ondeggiare quell’albero con i fiori rosso acceso al centro degli ambulatori. E’ un via vai di bambini che giocano, di mascherine alla bocca, camici verdi e sorrisi. Si perché probabilmente molti si immaginano la sofferenza andando a fare volontariato in ospedale ma è proprio questo quello che più mi ha colpito e anche il più grande insegnamento che ho portato a casa. Abbiamo tanto da imparare da queste persone, la sofferenza c’è ed è grande ma non c’è la lamentela. Non esiste. Le persone hanno sempre un sorriso per te, un saluto con la mano. C’è la fiducia totale nel lavoro dei volontari. Se sono lì è perché l’ospedale ormai è diventato il punto di riferimento per tantissimi villaggi. Arrivano da ogni parte facendo viaggi estenuanti a piedi, in piroga o con il taxi brousse.
    Arrivano sicuramente stanchi, alcuni senza vita ma non li ho mai sentiti lamentarsi per questo. Una donna ha partorito sulla sabbia in una notte di luna piena, rossa come il fuoco. Uscendo fuori, nel buio più totale l’abbiamo trovata a terra con intorno i familiari e la bambina già appoggiata sulla pancia. Non ha fiatato. Hanno staccato il cordone ombelicale lì a terra, e hanno portato la bambina dentro un ambulatorio cercando di pulire il visino dalla sabbia. Né la bambina né la
    madre si sentivano. E' stata una delle esperienze più toccanti, soprattutto perchè ero arrivata da soli due giorni.
    Sei circondato da baobab, questi alberi particolarissimi quasi buffi a mio parere, animali e insetti che puoi ammirare solo lì, un mare turchese e tramonti mozzafiato che variano dall’arancio e giallo intenso al rosa pallido. Quando fai una passeggiata lungo la spiaggia vieni quasi assalito dai bambini del villaggio che vogliono una “photò”. Noi per loro siamo i Vasà (stranieri) e ormai sanno che andiamo in giro con le macchine fotografiche al collo o con i cellulari per portare a casa le loro facce sorridenti. Ma è emozionante anche quel piccolo momento. Perché questi bambini non si sono mai specchiati nella loro vita. Lì gli specchi non esistono. E quindi è straordinario vedere le loro espressioni divertite e i saltelli che fanno appena si vedono in un nostro
    normalissimo selfie.

  • #68

    Alice Coppola (II parte) (giovedì, 24 marzo 2016 20:05)

    Ricorderò come uno dei pomeriggi più belli della mia vita l’aver giocato con un gruppetto di bambini davanti l’ospedale. Mentre i ragazzi si sfidavano ad una partita di pallavolo, noi 3 ragazze abbiamo iniziato a giocare con loro e gli abbiamo insegnato un, due, tre, stella. E loro ci hanno insegnato un gioco a noi. E ci siamo ritrovate a ballare al centro di un cerchio creato con le loro
    manine e a ridere e cantare. Sono state due ore di felicità pura.
    Impari la condivisione, ti togli di dosso tutto quello che sei abituato a fare a casa. Dal semplice vestirsi in un certo modo o truccarti tutte le mattine. Cose banali che però ti fanno pensare.
    Vedere i volontari che erano con me in quel periodo, in Italia, al di fuori di quella situazione fa un certo effetto. Capelli più lunghi, gioielli alle dita o al collo, occhi truccati e scarpe ai piedi. Lì sei un tutt’uno con la natura, con la popolazione. La sera, dopo mangiato, si spengono le luci e stesi sullo sdraio si chiacchiera con la testa all’insù per vedere le stelle. Non c’è elettricità e quindi lì sono talmente tante e la luna è talmente grande che sembra di immergerti dentro il cielo. E’ come se navigassi nel cosmo.
    Ho fatto fatica a volte in ospedale. Io non c’entro nulla con la medicina e l’unico rapporto che ho avuto con gli ospedali è stato da paziente o accompagnatrice per qualche ora. Per chi come me parte da civile, si viene catapultati in una realtà che non è nostra, a cui sai che non parteciperai più una volta rientrato. Vedi alcune malattie, ferite, ecografie e operazioni a cui all’inizio è difficile
    abituarsi. Ero lì per fare il reportage fotografico ma alla fine ho cercato di aiutare il più possibile come potevo. E infatti di foto ne ho fatte ma neanche troppe. Aiuti e cerchi di vivere a pieno quei momenti.
    Andare via dall’ospedale Vezo anche solo dopo 20 giorni è stato triste. Ti assorbe tutte le energie e ti rimangono impressi nella mente tanti pazienti e ti affezioni ad alcuni di loro.
    Io e Luca abbiamo salutato l’ospedale all’alba, nel silenzio, sul mare. Siamo partiti in piroga per il nostro viaggio di 7 giorni con solo due zaini in spalla. Si sentiva solo l’aria che iniziava a scaldarsi, il rumore dell’acqua e qualche uccello. A pelo d’acqua sulla barriera corallina. Abbiamo attraversato il Madagascar per tornare alla capitale e ci siamo allontanati dal mare per entrare
    nell’entroterra. Si passa da canyon e cascate e per un attimo sembra di essere in Colorado poi vieni catapultato nella foresta pluviale con lemuri, gechi, uccelli e camaleonti. Attraversi villaggi uno più povero dell’altro, poi inizi a vedere qualche costruzione di fango, di terra rossa e le risaie. Uomini donne e bambini che stanno tutto il giorno con i piedi in acqua. Il verde è quasi fosforescente lì ed è in pieno contrasto con i cielo azzurro. Poi la capitale con casinò, diversi ristoranti e hotel di lusso e la miseria ai lati delle strade.
    Forse fare volontariato non cambia radicalmente tutti, perché è davvero semplice tornare alla vita di tutti i giorni e alle nostre abitudini. Appena scendi dall’aereo e riabbracci i tuoi parenti rientri nella tua quotidianità immediatamente. Ma è sicuramente un esperienza che fa riflettere e se anche non si vedrà dall’esterno, chi è tornato ci pensa spesso. E nota cose a cui prima non faceva
    caso. Un’esempio banale è la luce, almeno per me. Quando di notte guardo all’insù vedo poche stelle sparse qua e là. E vedo invece troppi edifici che dovrebbero riaprire l’indomani illuminati a giorno all’interno, senza motivo. E pensi a come di certo noi stiamo meglio, forse, abbiamo una vita migliore, forse. Ma forse no. Loro vedono le stelle, i bambini hanno un rapporto con la natura senza paure e giocano tutti i giorni inventandosi storie. Hanno il cibo in quantità e fresco ogni giorno, senza che passi da un supermercato. E sì certo dormono a terra in capanne, non c’è igiene e si ammalano spesso, ma sorridono.
    Loro ridono, si godono quello che hanno e vedono la via lattea prima di chiudere gli occhi nel
    silenzio totale.

  • #67

    Giuseppe Longo (mercoledì, 16 marzo 2016 22:26)

    L'esperienza Madagascar mi è piaciuto moltissimo e mi ha dato tanto sia sul piano umano che professionale. Io avevo già avuto esperienze di questo tipo ma questa forse è stata la più importante.
    Sia Sandro che Rosi come tutti gli altri del resto sono persone splendide che danno tantissimo a questa popolazione.
    Spero di poter ripetere questa esperienza e di incontrarvi al più presto per poterne parlare .
    Un abbraccio forte Beppe

  • #66

    Rodolfo Menicocci (lunedì, 07 marzo 2016 17:57)

    Ecco ci siamo! Sulla porta della Casa dei Gechi Sandro, Rosy, Maurizio e tutta la neo famiglia dei volontari ci attendono, ci accolgono. Il sole è tramontato ma dopo un lungo viaggio sulla pista da Tulear siamo alla meta. L'accoglienza è calorosa e subito si fraternizza. Tutti mi sono sconosciuti ma già mi sembra di averli sempre conosciuti.
    Il lavoro non manca. Con Beppe, il ginecologo, ci siamo conosciuti in viaggio, ma l'intesa è quella che conviene a due "vecchietti". L'entusiasmo dei giovani è contagioso. Star dietro al loro vigore, al loro desiderio di essere utili non è semplice. Il contesto lavorativo non è e non puo' essere quello lasciato in Italia. Si lavora con quello che si ha e quello che manca o lo si inventa o ...non si usa.
    La gente è quotidianamente presente e numerosa. Attende paziente quel turno che sicuramente arriverà. Nessuno uscirà senza aver ottenuto qualcosa, nessuno sarà rinviato al giorno dopo e tutti sembrano saperlo. Gli uomini avvolti nel loro drappo di cotone quadrettato, accoccolati sotto l'ombra dell'albero di corallo rosso (flambojan) della corte dell'ospedale, parlano tra di loro ed aspettano. Le donne, anch'esse accoccolate a terra nella corte o lungo i corridoi, parlano, allattano, asciugano le lacrime dei figli. E' mattino. Nella corte dell'ospedale risplendono i colori accesi degli abiti dei malati, dei numerosi malati. Tutti, con gran dignità, portano il peso del loro problema. Tutti attendono la Benedizione del loro Barbuto Genio. Con il trascorrere delle ore il numero si riduce. La Corte dei Miracoli pian piano si svuota dei postulanti. Ognuno, ottenuta la "Benedizione", torna a casa. Una casa che puo' essere anche la fronda dei bassi alberi vicini. Rimangono gli inservienti con i loro strumenti di pulizia. Domani è un nuovo giorno. Vecchi e nuovi malati, giovani ed anziani, uomini e donne si presenteranno di nuovo in attesa di quel necessario, indispensabile sollievo che offre l'Ospedale di Vezo.
    Poche parole ma non sufficienti per esprimere questa bella esperienza.
    Sono io a dire grazie.
    Rodolfo

  • #65

    LIVIA PANCALDI (venerdì, 04 marzo 2016 16:38)

    Inanzitutto Vi ringrazio per avermi permesso di vivere una esperienza fantastica come questa. Credo davvero di avere imparato la medicina più in quel mese che in 6 anni di università, per non contare la 'lezione di vita' che è stata.
    Impressioni? tante, troppe da poter scrivere , troppe anche da poter raccontare a voce. Immagini, suoni, colori che non credo riuscirei ad esprimere. Credo che un mondo così diverso, così enormemente lontano da quello in cui siamo abituati a vivere, chi è sempre stato qua non riesce nemmeno a immaginarlo.
    Partirei dal cielo, quel cielo fantastico che ogni giorno mi lasciava senza fiato. dal sorriso dei bambini, che ti guardavano mezzo impauriti perchè eri bianco; dalla gente che, a prescindere da come fosse andata la giornata, per strada ti salutava. Partirei da tutto quello che non c'è là, che qui sembra imprescindibile, e che non ti manca minimamente. Un ospedale minuscolo, un punto di partenza, un punto di riferimento per tutti.
    Ho davvero difficoltà a scrivere questo messaggio, non sono mai stata particolarmente brava a scrivere o a raccontare;
    è stata sicuramente una delle esperienze più belle della mia vita, che mi sento di consigliare a tutti e che rifarei altre mille volte!
    non so bene cosa consigliarvi..
    Forse l'unica cosa che potrebbe essere fatto è una formazione prepartenza un pochino più approfondita, che magari duri anche più di un giorno soltanto, è anche vero che, finchè poi non si è lì, è quasi impossibile riuscire ad immaginare come sarà, e cosa sarà.
    E ovviamente, se in futuro sarà possibile eliminare le spese per i volontari, questo permetterebbe a più persone di partecipare. ma mi rendo conto che questa osservazione sia totalmente scontata da dire, e enormemente difficile da mettere in atto.
    Grazie ancora di tutto

  • #64

    Federica Ferrari (venerdì, 26 febbraio 2016 15:57)

    E' difficile trovare le parole giuste per descrivere una esperienza come questa.
    E' difficile descrivere qualcosa di indescrivibile.
    Sicuramente vi dirò delle frasi che possono sembrare scontate, “frasi fatte”, che in questo caso però rappresentano la pura verità.
    Per me, giovane specializzanda, è stata una vera e propria esperienza di vita.
    Sono tornata cambiata, sicuramente in meglio; mi sento una persona migliore e un medico migliore.
    Ho scoperto aspetti della mia personalità che non conoscevo, potenzialità e punti di forza che non sapevo di avere, ho capito che medico sono, ma sopratutto che medico posso diventare.
    Aiutare e curare queste persone bisognose di tutto è qualcosa di stupendo e gratificante.
    Diciamo che non mi sono mai sentita così utile nella mia vita e questa sensazione mi ha riempito di gioia e orgoglio.
    Ci sono stati anche momenti molto tristi, ma grazie alla grande collaborazione tra tutti i volontari e sopratutto a Sandro e Rosi, le due colonne portanti dell'ospedale, due persone stupende che sono onorata di avere conosciuto, siamo riusciti a superare anche le situazioni più difficili.
    Tutti i miei compagni d'esperienza sanno che il mio punto debole sono i bimbi malgasci.
    Tutti i giorni avevo in braccio un bimbo diverso. Curare, accudire, abbracciare questi bimbi stupendi è stato qualcosa che non provo nemmeno a descrivere. Vi dico solo che le persone a me più care, vedendo le foto che inviavo loro, hanno detto che non avevano mai visto una espressione così sul mio viso.
    E' proprio questo il punto, i volontari danno tanto ma in cambio ricevono di più.
    I volontari che erano con me sanno che avevo una particolare propensione per un bimbo di due anni di nome Rodinho. Pochi giorni dopo il mio ritorno a casa il bimbo è tornato in ospedale e la mamma ha chiesto dove fosse la dott.ssa “VASA” che aveva già curato tante volte il suo bimbo.
    Purtroppo quella dott.ssa bianca se ne era andata alcuni giorni prima piangendo, con la promessa però di tornare dal suo piccolo paziente, nel posto dove ha lasciato un pezzettino del suo cuore.

    Federica Ferrari


  • #63

    BERTOSSI LUCA (sabato, 20 febbraio 2016 19:57)

    Ce l’ho fatta a scrivere finalmente! Non è facile tradurre in parole le tante emozioni, i tanti vissuti che questa esperienza sia sul piano professionale, sia sul piano umano ti trasmette .
    Sono un infermiere lavoro in una casa di cura privata psichiatrica e sono tornato da poco dopo tre mesi di permanenza all’ospedale VEZO .
    Appena sono arrivato in questa magnifica terra l'aspetto che mi ha maggiormente impressionato è stata la la semplicità con cui, l'intensità delle fatiche all'ospedale, gli interminabili turni che durano anche tutta la notte, siano continuamente intervallati con un senso di tranquillità e rilassatezza, in maniera che se non si riesce a prendere qualche ora per andare al mare o fare una passeggiata nella Brousse o semplicemente per te, non averti quella sensazione di stress, di ‘adesso cosa faccio?’ che tanto ci attanaglia nel nostro mondo.
    Inevitabilmente però la sera si va a letto stanco molto presto (credo di poter contare sulle dita di una mano le sere dove ho passato la fatidica mezzanotte sveglio) con il pensiero felice di svegliarti un nuovo giorno in quella realtà tanto cruenta quanto piacevole.
    La vita in condivisione mi ha insegnato i miei limiti ed aiutato a conoscere meglio le mie capacità; arrivando da un luogo di lavoro dove la professione infermieristica è praticamente inesistente, la possibilità che ho avuto di imparare da tanta gente differente mi ha dato la possibilità di recuperare e coltivare nuove conoscenze di cui potrò fare tesoro al ritorno.
    Devo dire sicuramente un grazie enorme a Sandro e Rosy, con i quali ho affrontato una buona parte dell'esperienza, da cui ho potuto riscoprire la vera forza per cui facciamo questo lavoro.
    Tornato in Italia, molti, percependo un minimo il mio stato d'animo, la prima domanda che mi hanno fanno è stata: “ci vuoi tornare in Madagascar?” E cosa vuoi rispondere ? “Si” un si che è inevitabilmente influenzato da una miriade di altri fattori che si riprendono possesso di te appena rimetti piede all'aeroporto di provenienza.
    Ci sarebbero altre molteplici situazioni da raccontare, pazienti e persone che ti lasciano il segno, un luogo meraviglioso con dei tramonti mozzafiato, le passeggiate notturne per arrivare alla ‘disco’ del villaggio o semplicemente per rilassarsi lungo la riva del mare, l'interminabile natura che ti circonda, sdraiarsi sulla sdraio guardando il cielo stellato coperti da una copertina, andare in piroga e tante altre cose.

  • #62

    Sara Cignola (mercoledì, 07 ottobre 2015 22:49)

    Al mio rientro ho avuto bisogno di prendermi il mio tempo per mettere nero su bianco tutto il vortice di emozioni che mi son portata a casa da Andavadoaka..
    In più al rientro, arrivata a Parigi, metto su la scheda italiana e in segreteria avevo un messaggio da un ospedale che mi chiamava per un contratto di un anno!!!
    L’esperienza vissuta ad Andavadoaka è stata illuminante, ha cambiato davvero qualcosa in me e nel mio modo di vedere tante cose, sia dal punto di vista personale che professionale!
    All’inizio abbiamo avuto grandi difficoltà col volo interno e ci sono stati momenti di vero sconforto..Ma una volta salite in jeep, tutto è rimasto un brutto ricordo..

    Devo dire che i primi giorni in ospedale non sono stati facili.. la realtà che si vive è totalmente diversa da quella di un qualsiasi reparto in Italia e per quanto uno possa esser stato preparato, l’impatto diretto è un’altra cosa..

    La nostra GRANDE e IMMENSA fortuna è stata aver un gruppo misto di persone giovani giovani, ma anche di persone con una forte esperienza alle spalle..persone che ci hanno insegnato molto da ogni punto di vista, persone di compagnia e a modo..speciali!

    Prima di partire ero preoccupata non avendo esperienza in ambito chirurgico, avevo paura di essere “inutile"..ma l’esperienza con l’equipe è stata fantastica! Ripartirei mille volte con loro! Ci hanno insegnato tantissimo e sono stati davvero speciali..
    Potrei scrivere una mail di un milione di pagine perchè ho il cuore pieno di emozione e ricordi, ma si sa che comunque non sarebbe mai abbastanza per descrivere quello che si vive ad Andavadoaka!

    Son tornata cambiata, ancora più entusiasta della vita, con tanta voglia di fare e qualche paura in meno, fiduciosa che il mondo è pieno di cose e persone stupende!
    La voglia di ripartire è tanta, tantissima…e ancora di più quella di imparare, migliorare, e tornare là con un bagaglio che mi permetta di essere ancora più utile!!!
    GRAZIE per avermi dato questa opportunità..Grazie di cuore! A presto.
    Sara

  • #61

    Michel (giovedì, 24 settembre 2015 20:47)

    Ciao a tutti. Sono appena ritornato a casa, dopo quasi 2 mesi, da Andavadoaka e non nascondo che mi manca moltissimo quel luogo incantato ma sopratutto mi mancano tutti i pazienti dell'ospedale, che grazie ai loro sorrisi riempiono di gioia ogni giornata. Durante questo periodo mi sono occupato della nuova sistemazione e riordino dei farmaci nei diversi ambulatori ed inoltre ho potuto aiutare le altre figure sanitarie nella cura dei ricoverati e nell'assistenza dei diversi pazienti che ogni giorno arrivano all'ospedale. Ho potuto così approfondire ed imparare diverse nozioni ed attività, anche non legate direttamente al mio campo di studio universitario ma sempre mirate alla salute della persona.
    Concludendo devo dire che è stata davvero un'esperienza indimenticabile, contornata da colleghi e amici speciali, che mi ha lasciato qualcosa dal valore inestimabile. Grazie di cuore a tutti.
    Misaotra bevata iabi. Michele

  • #60

    eugenio cirella (giovedì, 27 agosto 2015 18:22)

    bellissima esperienza umana e di lavoro, un gruppo di volontari straordinari (specie i giovani, davvero supermotivati) e i malgasci con la loro spontaneità e serenità . Non conosci la lingua e comunichi con il cuore, loro non hanno nulla e ti danno tanto.
    dietro uno sguardo, un sorriso, un gesto di affetto o tenerezza scopri un mondo di emozioni.
    Legami forti e profondi con uomini e donne così lontani (in tutti i sensi) da noi.
    Penso di aver portato qualcosa, ma di avere ricevuto molto,molto di più.
    "chi ha ricevuto tanto nella vita deve restituire in proporzione. colui al quale sono state risparmiate le sofferenze deve capire che è chiamato ad alleviare le sofferenze altui. tutti dobbiamo contribuire a sopportare il carico di dolore del mondo"
    Albert Schweitzer

  • #59

    Anna Bertini (domenica, 15 marzo 2015 19:49)

    Eccomi a lasciare una piccola traccia della mia esperienza… Sono tornata da poco più di un mese, e devo dire che il rientro è stato molto difficile.. I primi giorni a casa li ho passati a ripensare alla magnifica esperienza, a sfogliare foto, ad ascoltare la musica che mi ha accompagnato nelle serate all’interno della corte.
    Sono un’infermiera, neolaureata, e quella ad Andavadoaka è quindi stata la mia prima esperienza lavorativa. Non nego che nei primi giorni ho trovato difficoltà e ho provato grande senso si inadeguatezza dovuto alla mia inesperienza, ma piano piano, grazie al lavoro di equipe, sono riuscita ad ambientarmi e a dare il mio contributo.
    E’ stata un’esperienza davvero incredibile e indimenticabile, sia dal punto di vista umano che lavorativo.
    Ti devi mettere in gioco e reinventare ogni giorno, tenendo conto delle risorse a disposizione, confrontandoti con i colleghi; devi riuscire a comprendere le tradizioni e la diversa cultura, riuscire ad imparare almeno qualche parola di malgascio per riuscire a comunicare con i pazienti senza il costante aiuto dei traduttori.. è davvero un’esperienza che ti mette alla prova sotto ogni aspetto della vita, che ti arrichisce talmente tanto che hai bisogno di molto tempo per elaborare tutto ciò che hai appreso, imparato e condiviso.
    Io sono stata ad Andavadoaka 1 mese e devo dire che gli ultimi giorni sono stati quelli in cui ho acquisito più sicurezza e autonomia..consiglio quindi ai futuri volontari (soprattutto se neolaureati), se ne hanno la possibilità, di stare un po’ più di un mese..
    Sarebbe anche utile che negli incontri con i volontari fosse fornito il piccolo vocabolario di malgascio che si trova anche in Corte, così da poter riuscire a comunicare fin dai primi giorni.. e magari anche preparare al meglio i volontari sulle patologie prevalenti con cui entreranno in contatto.
    Porterò sempre con me gli odori, i colori, i sorrisi, i ringraziamenti di questo magnifico posto e dei loro abitanti…
    Un Grazie infinito va a Sandro, Rosy, Elena, Manu, Ernesto, Vittoria, Michele, Eleonora, Maurizio, Gloria, Franco, Daniele, Riccardo e a Caterina (con la quale ho condiviso dal primo all’ultimo giorno).

  • #58

    Caterina Peratoner (giovedì, 05 marzo 2015 11:09)

    E' passato un mese, dal giorno del mio ritorno a casa. E' stato un mese lungo e pieno di difficoltà, molto più duro da affrontare di quello che avrei pensato. Continuo a riguardare le fotografie del Madagascar e ancora adesso non mi rendo completamente conto dell'avventura che ho vissuto. Mi tornano alla mente continuamente le immagini, le emozioni, i suoni, la meraviglia e lo stupore. E non so veramente da che parte cominciare per descrivere quello che questa grande esperienza mi ha lasciato dentro.
    Sono partita con tanto entusiasmo e un bel po' di paura: non avevo mai fatto un viaggio da sola prima e non avevo mai affrontato un volo di tante ore. Per me è stata fin dall'inizio un'occasione per mettermi alla prova e per testare la mia capacità di adattamento. Ciò che ho trovato laggiù è stato davvero speciale. E manca, tantissimo, sotto numerosissimi aspetti. Manca il firmamento tempestato di stelle splendenti, le notti tiepide illuminate dalla luna e il suono delle chitarre. Mancano i colori dell'oceano, dei vestiti delle persone, dei fiori, dei tramonti. Mancano i sorrisi, soprattutto ora, che sono tornata alla mia grigia routine, dove tutto è frenetico e la scala delle priorità è completamente ribaltata. Manca l'entusiasmo e la forza della gente. Il Madagascar mi ha dato così tanto, che non si può riassumenre in qualche riga. Ma ciò di cui sento più la mancanza è l'atmosfera serena, eppure così attaccata alla realtà, alla vita e alla morte. Così radicata nelle cose semplici e concrete della vita.
    E' stata l'esperienza più forte che io abbia mai provato e indubbiamente mi ha cambiata. Ci sono stati momenti di crisi, in cui mi sono ritrovata incapace e inutile come mai prima. E ci sono state tante soddisfazioni e momenti di gioia. Sono tornata a casa con grande voglia di imparare, di capire ciò che non so. E tanta voglia di ripartire, appena possibile.
    Una parola che vorrei scrivere a caratteri cubitali è GRAZIE. Grazie davvero, ad Elena in primis, per aver organizzato il viaggio mio e di Anna con tanta pazienza, per essere sempre stata gentile con me, nonostante le mie mille domande colme d'ansia! Grazie a Sandro e Rosy, per l'affetto e il calore che sapete dare e per tutto quello che mi avete insegnato. Grazie a Vittoria, Michele, Riccardo, Eleonora, persone che stimo enormemente e che spero di non perdere di vista. Grazie all'associazione per avermi fatto incontrare loro e poi Daniele e le sue favolose piadine, Franco e il suo grande spirito, Maurizio, Gloria, Manu, Ernesto, Mary e Vito. Grazie ad Anna, che ha sopportato la mia fobia per gli insetti e mi ha salvata nelle varie occasioni!
    Ciò che abbiamo condiviso è indelebile per me.

  • #57

    Valentina Diamanti (lunedì, 12 gennaio 2015 22:01)

    Mi è servito un anno per raccogliere i pensieri e le emozioni...
    40 giorni di distanza dalla quotidianità e un anno intero per metabolizzare ciò che vivi, vedi, senti e impari a conoscere ad Andavadoaka e alla corte dei gechi.
    Sembra strano ma è così...
    Andavadoaka e la sua gente ti entrano nel cuore... e non ti abbandonano più..!
    La Corte, l'ospedale e le persone che quotidianamente fanno di tutto per portare avanti il progetto in cui hanno creduto e per cui quotidianamente danno corpo e anima sono qualcosa di incredibile..
    Sandro e Rosy, GRAZIE per la possibilità che mi avete dato.. grazie per gli insegnamenti, per le sgridate, le risate, le chiacchierate...! grazie perchè avete avuto l'idea di creare ciò che avete creato dall'altra parte del mondo..
    La vita alla corte dei gechi e in ospedale è stata intensa per il tanto lavoro, ma le persone che hanno condiviso con me questa esperienza e soprattutto i malgasci, hanno reso il tutto magico...!
    Rientrata a casa è stato tutto piu difficile.. perche' laggiu' si impara a vivere "mora mora" (in modenese è "tola dolza"), si impara il significato delle piccole cose, del godere dei sorrisi e dei piccoli gesti, del rimanere a bocca aperta davanti ad un tramonto dai colori mozzafiato o sotto un cielo talmente stellato da non sembrare vero..
    Ogni momento, ogni ora, ogni giorno sono stati speciali e hanno reso la mia esperienza quella che definisco la mia estasi malgascia..
    quindi G R A Z I E a: Sandro, Rosy, Elena, Nene, Erne, Michela, Eleonora (la prima volta non siamo riuscite a partire insieme però il destino ha voluto che ci ritrovassimo la seconda.. ;-) ), Claudia, Serena, Sara, Davide, Caroline, Giorgio, Valerio, Sarah ognuno di voi ha reso speciale la quotidianità alla Corte..
    Grazie ad ogni zazakely, ad ogni sorriso, ad ogni sguardo, a chi mi ha insegnato cose nuove.. grazie alla condivisione, alla convivenza, ai colori, ai tramonti, agli arcobaleni, al rumore del mare, alle stelle mai viste cosi belle..
    Misautra... veloma iaby <3

  • #56

    Mariana Blengino (lunedì, 12 gennaio 2015 20:23)


    L'esperienza è stata a dir poco indimenticabile. Penso di non aver mai vissuto un concentrato di emozioni di tale intensità! L'ospedale, il popolo malgascio, i paesaggi e sopratutto i miei fantastici compagni di avventura hanno contribuito in prima linea a rendere tutto ciò fantastico nonostante la realtà a volte molto dura e sicuramente differente da ciò a cui si è abituati in cui ci siamo trovati. È stata una grande crescita professionale per me è mi spiace di non essere statae a volte di grande aiuto e all'altezza delle situazioni.
    Desidero ringraziarvi immensamente per aver reso tutto ciò possibile. Posso solo parzialmente immaginare quanto lavoro ci sia dietro per rendere tutto ciò possibile. Siete una squadra molto i gamba e competente. Spero di essere nuovamente di aiuto in futuro e rimango a disposizione per qualsiasi bisogno
    grazie di cuore
    marianna

Amici di Ampasilava - Madagascar

via del Pratello, 13

40122 - Bologna (BO) - ITALIA

C.F. 91273480375

email: info@amicidiampasilavaonlus.com

Sostieni l’Associazione

C/C Cassa di Risparmio di Cento (FE)

IBAN: IT52R0611523400000001359159

C/C Emil Banca filiale Mazzini (BO)

IBAN: IT84M0707202403021000094597

Amici di Ampasilava - Madagascar 

è membro della ONLUS

VIM - Volontari Italiani per il Madagascar 

Siamo soci di